SlowMind One

Una fanzine di letteratura impopolare

Skippy Non Morire!

Edward S. Portman

Un remake del prologo di “Skippy muore” di Paul Murray

 

È novembre, fuori fa freddo ed è in qualche modo bello vedere, oltre i vetri delle finestre, le persone camminare tutte quante infagottate nei loro cappotti pesanti, le sciarpe legate al collo, i cappelli calati in testa, mentre tremanti si alitano aria calda dentro le mani chiuse a cono, vicino alla bocca. Ruprecht pensa: non sarebbe altrettanto bello se in quel preciso momento pure lui stesse in qualche modo gelando, senza neppure la maglia di lana a strisce orizzontali blu e grigie, quella con il collo alto, le maniche lunghe e la vita slabbrata senza più forma. Tutto quanto avrebbe un sapore estremamente diverso, più agghiacciante, direi, pensa Ruprecht.

Da Ed’s la gente entra sbattendo la porta a vetri dell’ingresso – senza fare caso alla voce scocciata della grossa Ellen, cameriera nonché proprietaria del locale, che a ogni nuovo cliente ripete di fare attenzione, cristo santo, che prima o poi la finirete per rompere quella dannatissima porta! – si scrolla di dosso il freddo e il malumore. Le persone, almeno quelle normali, non vengono da Ed’s per il cibo o le bevande o per chissà cos’altro possa attirare la loro attenzione; le persone, in questo periodo dell’anno, vengono da Ed’s perché è l’unico posto dove potersene stare bene bene al caldo tra l’uscita da lavoro e il ritorno a casa per cena, nascondendosi per qualche minuto alle preoccupazioni della giornata e a quelle del domani. Ormai Ruprecht li conosce tutti i frequentatori assidui di Ed’s, non per nome ma almeno di faccia. Ogni giorno vede più o meno gli stessi volti stanchi, annoiati, spenti. A ognuno di essi Ruprecht si diverte a disegnargli addosso una loro storia del tutto inventata, supposta in un modo o in un altro da qualche piccolo particolare, magari di poco conto, ma capace di attirare la sua attenzione. C’è Murphy – nome inventato – per esempio,  un uomo sulla cinquantina, già coperto di rughe così profonde da fare pensare che il sudore gli si fosse ghiacciato in faccia […]

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La Fulminea Avventura Di Una Zanzara Tigre

Domenico Gullia

La zanzara tigre si agita nel buio alla rincorsa di un desiderio ematico; percorre traiettorie ellittiche, poi rettilinee, infine elicoidali: pare quasi una freccia tricolore miniaturizzata, ma nessuno può assistere al suo show. Si adagia su una bronzea monetina da due cent, lasciata su una mensola a lottare corpo a corpo con l’ossidoriduzione. La monetina è una parentesi accennata all’interno della stanzetta di una bellissima bambina dai capelli color paglia; profuma di torta al cioccolato. Danzando, la zanzara tigre arriva nei paraggi della bambina, le sfiora ripetutamente le orecchie fino a squarciarle i sogni con l’insistenza del suo ronzio; stava sognando strade di acqua di mare diramarsi all’infinito verso l’orizzonte, incrociarsi fra di loro in tuffi di schiuma; lei le cavalcava seduta su un goffo divano rosso e ogni tanto si fermava a decidere davanti a un bivio, poi ripartiva. La bambina, indispettita per via di quel risveglio, muove freneticamente una mano alla caccia della zanzara, ma la zanzara volando la evita: ora è un ballo di coppia. Poi c’è una tregua, la bambina si ferma e il suo cuore emette dei sordi rintocchi; la zanzara ne approfitta e torna alla carica, si appoggia sulla guancia della bambina, che avverte come un prurito di allarme e schiaccia la zanzara tigre sotto la sua piccola mano, una mano che si direbbe più idonea a sostenere il bastoncino dello zucchero filato che non a cancellare esistenze.

La Statua della Libertà regge in mano una molotov

René Castelli

Aveva ragione nonno Pasquale: la causa di tutti i miei mali, la causa della mia incostanza, della mia noia, della mia inquietudine, è la felicità.
Me lo ripeteva sempre, ma io a quel tempo non gli davo retta. Io controbattevo che anelare ad essere felici non era altro che un istinto, una volontà precisa che dovevo necessariamente seguire. Allora lui mi raccontava con distacco, come se non fosse coinvolto nella discussione, che era una grossa frottola questa dell’istinto e della volontà, che il bene e l’amore e la felicità sono condanne, macigni che ci portiamo sulle spalle e sotto il cui peso, un giorno o l’altro, saremmo finiti anzitempo per soccombere. Io gli davo dell’ammattito, dentro di me, a sentire queste parole, gli davo del vecchio, del vile. E iniziavo a pungolarlo, chiedendogli di nonna, del perché allora l’avesse sposata:  “Per essere felice ?” gli chiedevo. Lui non sopportava questa domanda e così si ritraeva nel suo letto, si rannicchiava sotto le coperte e mi urlava di andarmene con tutta la forza che aveva in corpo. E quando io non me ne andavo, non me ne andavo mai, nonno prendeva a tossire e a stare male. Ma io rimanevo lì, davanti a lui, con l’ostinazione che solo un adolescente viziato può avere: “perché ? perché l’hai sposata ?”continuavo.
Al che nonno tossiva ancora più intensamente, sobbalzava sul materasso come se da sotto lo stessero infilzando con un coltello. E io neanche allora me ne andavo. Credevo fingesse. “Perché ? Perché ?”  continuavo. E una volta mi rispose. Si calmò e sbucò docilmente dalle coperte. I suoi occhi si erano fatti grigi e malinconici, le mani avevano preso a tremare. Farfugliò tutto d’un fiato alcune parole confuse, poi restò in silenzio. Guardò oltre la finestra. Cercava dentro di sé il coraggio per parlare. Sospirò una, due volte. Tornò a guardarmi. Piangeva. Non l’avevo mai visto piangere. “Ero tremendamente fragile, figliolo” mi disse infine  “all’epoca, la solitudine mi spaventava più del matrimonio”.

L’Incarico

Anthony Tognazzini

Passo un sacco di tempo sognando il futuro, che è una delle ragioni per cui continuo a scordarmi di pulire il bagno. Tu me lo ricordi, bruscamente, ma ancora rimango qui sul divano, a ponderare possibilità.
Nel futuro, mi dico, mi sveglierò prima, pagherò ogni cosa al droghiere, e porterò da solo tutte le mie borse.  Due volte la settimana tornerò a casa con qualche sorpresa: film noleggiati, rododendri rubati, torte di frutta a metà prezzo. Arriverai a trovare la vasca del bagno grattata con la paglietta completamente da me. L’intero piano superiore profumerà di Ajax. Gli infissi brilleranno come confetti appena sfornati, abbagliando gli occhi. E’ chiaro, ho lavorato duro:

“Wow,” dirai “olio di gomito”

Più tardi, è Agosto, staremo all’aperto mangiando pannocchie sotto il sole, seduti su sedie da giardino. Subito dopo, da quella sedia – i chicchi nei miei denti, il mio cuore finalmente schiuso – alzerò lo sguardo per vedere che il passato ha rimediato a ogni semplice, rovinoso errore. E che ho fatto, ogni cosa che non ho fatto.

“The Task” from I Carry A Hammer In My Pocket For Occasions Such As These copyright 2007 by Anthony Tognazzini. Reprinted courtesy BOA Editions, Ltd., http://www.boaeditions.org/

Traduzione per SlowMind One di Alessandra Daccò

YoYo Man

Panurge

Oggi l’ho guardato. Solo un occhiata di sfuggita.
Era appeso davanti alla porta dell’ascensore, la bestiaccia, a fare su e giù sul suo filo di piombo. Allora mi sono avvicinato e come mi ha visto … TOC, si è fatto di ghiaccio. Lo fa apposta a rimanere fermo lì. Come se desiderasse di venire osservato molto attentamente. Da me soltanto. Qualche tempo addietro gli avevo teso un agguato simile e anche allora restò sospeso in quella posizione, salvo poi sparire nel nulla non appena dal fondo del ballatoio si sentì lo scricchiolio di una porta che si apriva.
È un ragno davvero singolare. E molto avveduto: mentre i suoi simili sono mingherlini, lui è sempre più grasso, mattino dopo mattino.  Eppure,  appartengono tutti alla medesima specie, abitano lo stesso spazio, hanno l’identico istinto di sopravvivenza. Ma gli altri sembrano non crescere.  L’ultima volta in cui mi sono fermato ad osservarlo, ho avuto la netta sensazione che volesse comunicarmi qualcosa. Non a parole: con la sua presenza, la sua fisicità. Come se sul suo corpo io avessi dovuto trovarci un messaggio a me destinato. Da allora quando lo scorgo sul pianerottolo, preferisco non guardarlo. Ci provo almeno. Come oggi. Un’occhiata di sfuggita e stop. Perché la sua sconfinata grassezza comincia a ossessionarmi. I suoi mutamenti sono così repentini e tangibili che mi disorientano, mi fanno dubitare del mio tempo. Dove sono in me le sue trasformazioni ? Mi chiedo. Perché più lo vedo grasso, più vedo le mie giornate trascorrere follemente uguali.  Perché più cresce, più cresce il vuoto della mia esistenza. Mi domando quanto ancora potrà ingrassare prima di scoppiare.

Loris Trestamagano

Faberduck

Benché lo aspettasse da dieci minuti buoni, il metrò, quando giunse, fu per Loris soltanto un lungo sferragliante disturbo. Già da un pezzo aveva deciso di non salirci più su quel treno, ma era rimasto comunque ad attendere in banchina. Lo tratteneva lì un semplice cartellone pubblicitario, verso il quale si era sentito attratto, per non dire invaghito, a prima vista. Il cartellone in questione raffigurava una spettacolare veduta di un fiordo norvegese ed era stato ideato dall’ufficio del turismo, proprio della Norvegia, con lo scopo di incrementare il flusso di visite verso quel paese. Come detto, Loris si sentì rapito, a tutti gli effetti in preda a un colpo di fulmine. Ma trovandosi la réclame affissa sull’altra banchina, il treno appena arrivato, che nel frattempo aveva arrestato completamente la sua corsa, annullava d’un tratto con la sua ingombrante mole la ragione della permanenza di Loris in stazione.

Quando le porte dei vagoni si aprirono, producendo un suono straziante, come di uno strappo ad un tessuto metallico, Loris restò composto. Era ancora così rapito dall’oggetto della sua contemplazione, pur oscurato, che era come se si trovasse mille miglia lontano da quel luogo e dalla gente che aveva iniziato a scendere dai vagoni. Attese noncurante che il flusso di persone terminasse di circolargli febbrilmente tutt’intorno. Una volta che la processione fu cessata, Loris tornò ad esser solo. Le porte del vagone però restarono aperte di fronte a lui, come se il macchinista lo aspettasse per ripartire. Loris non fece un passo. Desiderava soltanto che quel treno filasse verso la prossima stazione per poter tornare alla tanto agognata immagine. Il treno, dal canto suo, sembrava non aver alcuna intenzione di muoversi.

Scarica LORIS TRESTAMAGANO di Faberduck in pdf.

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