A Sta Per Altezza

di .

  Elisa Schiavi

Il mio gatto si muove intorno, senza guardarmi. È  felice, lo sento. I baffi sono elettrici, la polvere della cucina vaga, come ad ispessire la mia noncuranza. Taglierò le verdure e starò bene attento a non fargli male coi miei pensieri.

Io sono Mario. Sono alto meno di un metro e quaranta centimetri. A volte importa, altre meno. Oggi ho deciso di no, di non pensarci e di non pensare. Ho una casa da bambola e porto vestiti da bambino. Sono piccolo e, ormai, non più giovane. Quando nacqui, qualcuno sorrise e quel sorriso rimase congelato in quella strana circostanza. Il figlio minore, il figlio più piccolo. Me la rido. La vita è buffa, spesso.

Ho una piccola pensione di invalidità (congenita, aggiungo io) e sono cattivo. L’handicap rende sempre feroci. Io ci dondolo nella ferocia, muovendo le mie gambette corte e malferme. Supero le file per dispetto, insisto per i posti a sedere sul bus, anche con le donne incinte e fingo di piangere per bere un cognac gratis.
Una volta conobbi una donna, piccola ed infelice, normale nella sua piccolezza. Può essere una favola, può avere un lieto fine, ma io sono un nano e lei non stava bene. Vagava per la città, con gli occhi grandi, silenziosa e infagottata in un cappotto troppo colorato per lei e le sue ansie. Si perdeva per le strade e la cosa mi inquietò. Non poco. Mi incuriosì anche. Le offrì un thè caldo al bar dell’angolo: Signorina, la vedo smarrita. Lei rispose prontamente con un sorriso.
Gli incontri si ripeterono. Ogni volta lo stesso dialogo e gli stessi cenni perché lei non aveva memoria. Teneva nella borsa un foglietto con la diagnosi e i recapiti telefonici di chi l’assisteva. Avrebbe dovuto mettersi un cartello con scritto: io non ho memoria.
Facevamo una bella coppia, i ragazzini ci tiravano dietro i sassi, se non ne trovavano ripiegavano sulle noccioline. Lei dimenticava sempre che in quell’angolo c’erano loro ad aspettarci; una volta mi presentai a lei con un casco da motocicletta per proteggermi dai lanci e lei non si sorprese. Mi disse: ogni giorno mi sorprendo sempre, vederla così non mi meraviglia più di tanto eppure io sono sempre sorpresa. Era vero. Me la ricordo con gli occhi sempre sbarrati. Perfino nella bara. Come se fosse una festa o una tragedia improvvisa.
Più di una volta mi volle vedere nudo. A quell’epoca io facevo culturismo. Vedere i suoi occhi fissi su di me dava soddisfazione. Gratificava. Era solo questo; ogni volta.
Un giorno feci meno attenzione a ricordarle che il semaforo dell’incrocio accanto all’edicola non funzionava. A me è bastato così, tenere la ferocia soffocata per un poco.

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