Estrid

di .

Neisth

Quello che più di tutto senti sia destinato a perdersi devi tramandarlo, almeno in parte, in qualsiasi modo tu conosca. Ho trovato oggi una vecchia scatola che tenevo su in soffitta, non ricordo neanche più da quanto, l’ho aperta e visto dentro, tante ce n’erano di cose da sembrare senza fondo.
Ho tirato su una decorazione natalizia in mezzo a tutto il resto. Sta tutta dentro in una mano, ha la forma di un cono, fragile intelaiatura rivestita solo di nastri colorati, con un gancio all’esterno perché si possa fuori appendere, magari ad una porta. Cerco nella mente in quale anno l’abbiamo insieme costruita, e se tutti i ricordi si confondono non lo fanno ancora i tuoi occhi scuri, un colore che certo non ho più visto in nessun altro, o solo non ho permesso a nessun altro di averlo. Ho in mano ora questi nastri colorati e mi sembra che più di ogni altra cosa sappiano raccontare la storia di tempi e di mani che si perdono lontano.

Mi ha insegnato mio padre a farle da bambina, mi hai detto. Erano gli anni Settanta e be’, non aveva un soldo, solo ingegno. Arrivò il Natale anche quell’anno e pensò di costruirsi delle decorazioni, senza una logica ragione, perché non aveva neanche un posto preciso dove metterle in effetti. Non doveva neanche avere una casa in quel periodo, ora che ci penso. È stato per tanto di quel tempo ospite di amici e ci mancò tanto così che neanche riuscisse a finire gli studi. C’è questo genere di cose che diventano quasi dei doveri da rispettare, a lungo andare, sono quelle che si dicono tradizioni credo, e che mai nessuna condizione ostacolerà il loro adempiersi; può anche mancare il necessario, eppure mai sparisce quel senso nascosto delle cose.

Scarica ESTRID di Neisth in pdf.

oppure

Ciò che senti in quei momenti è un calore che somiglia a quello che cova nella cenere; del fuoco che lì coperto vi brucia quasi non ne vedi la luce e a tratti non lo senti, ma resiste e lì vivo si mantiene, tenuto vivo dalla dignità di ogni atto che anche nelle peggiori delle condizioni si conserva, immagineresti forse anche per anni. Chissà dove trovò qualche metro di nastro colorato e si inventò questo modo di intrecciarli come mai prima nessuno aveva fatto, deve averli regalati a qualcuno poi, mi piace pensare anche a mia madre se già si conoscevano, o solo appesi da qualche parte, forse solo nel suo zaino.

Vedi questi nastri come brillano, nessuno che ne venda di rossi in centro, li ho trovati solo nell’ultimo negozio della via, quando neanche più ci speravo. Mi piacerebbe poter insegnare come fare queste decorazioni a qualcuno. Lo so che sembra sciocco e tutto il resto, ma voglio tramandare questa cosa, voglio che qualcuno un giorno sappia ancora come farle. Ti andrebbe di imparare, mi hai chiesto.

Dei nastri che ti ho dato, hai detto, devi tagliarne dodici pezzi e poi dividerli a metà, ne abbiamo sei rossi e sei dorati. Metterli poi uno affianco all’altro, così, in orizzontale. Fai partire il primo alla tua destra e lo fai passare sotto gli altri, prima sopra e dopo sotto, sali poi in alto, prima sopra e dopo sotto. Eseguo ogni gesto come meglio posso e come mi dice, i suoi occhi scuri mi vengono sempre dietro. Sono impreciso, sbaglio, devo ricominciare dall’inizio. È semplice, mi dice. Semplice e difficile. Il primo sopra, l’altro sotto. Sopra le cose che si intrecciano, sotto quelle che cadono e più non le trovi, ma da sole sorreggono da sempre tutto il resto. La guardo intrecciare e scorrere le fila di questa ragnatela colorata, facendo passare con cura questi nastri prima sopra e dopo sotto, e poi ancora sopra e dopo sotto, tessere piano e con precisione una scacchiera dove regna sicurezza, e la trama è tanto fitta da non lasciar cadere niente, dove lì davvero stanno le cose e sempre si mantengono. La maglia si restringe a poco a poco, brevi diventano i tratti da percorrere fino a quando in una circonferenza tutti i punti si riuniscono chiudendosi, come fa il calore della stanza che ci circonda e che tiene lontano il freddo dell’inverno.

Ci ho pensato. Sono passati non meno di dieci anni, a fare degli anni il più veloce dei conti. Delle volte, ho ancora paura per lei per i giorni in cui la trama si spezzerà da qualche parte, succederà un giorno o è già successo, e io forse non lo saprò mai. Ne ho avuto da subito paura in realtà, ma non l’ho detto, sono rimasto in silenzio, ad occhi bassi. Mi immagino sarà allora lontana, come sempre da allora è stata. Dirà è difficile, e dimenticherà quanto invece è stato semplice; i passi che l’hanno portata dove adesso si trova spero siano sempre stati per lei come quei veloci salti sopra fibre di carta che la maestria delle sue dita senza fatica le hanno fatto fare.

Non ho idea di quanto ci sia di nostro nelle trame che ci vestono. Ancora, non so quale senso possano avere, né se ci sia un ordine preciso, e possono al fine neanche essere nostre, quelle dita che si muovono veloci sulla tela. Quello che ho sempre solo pensato, invece è che ci fosse nel modo in cui gli incastri arrivano a toccarsi, a respingersi o a combaciare un senso di risposta più profondo da indagare, insieme a quello che forse meno si conosce pur avendolo vissuto, quando la trama non si fa che prigione dove solo stanno resti di ricordi, ed il freddo dell’inverno li congela, conservandoli come gocce di rugiada.

Avrei forse preferito rivederla, fossi rimasto nel salto sopra delle cose che ancora vivo mi mantengono, eppure ancora adesso suona come un discorso come tanti.
Ho tenuto la scatola sulle mie ginocchia per una mezz’ora, l’ho richiusa, e sono poi ridisceso. Il calore della stanza tiene ancora lontano il freddo dell’inverno.

Annunci