Cam Girl In Japan

di .

Francesco Trocchia

I passi per strada si ammorbidivano sulla neve che scaldandosi si scioglieva riflettendo sulle finestre tutto intorno le luci evanescenti e stridule delle insegne al neon. Sushi e shochu. Sushi. E shochu. Solo questo in una squallida strada senza uscita e senza vita di Tokio. Il formicolare di una massa informe appassiva senza bellezza man mano che ci si scostasse di qualche passo. Non si può dormire in questa città se non si hanno tende spesse due dita perché le luci gialle filtrano inondando le stanze della complessa paranoia dell’insonnia. Haru era lì, seduto su una poltrona imbottita nera, striata dagli anni e profumata del colore della pelle del suo padrone intento ad accendersi una sigaretta per prenderne due bei bocconi prima di spegnerla in un bicchiere sporco accanto a lui, lì da giorni. Stava cercando di smettere e non dormiva da giorni. C’erano troppe luci e non dormiva da anni. Aveva i nervi delle gengive che tiravano provocandogli continue fitte agli occhi e le lattine di bevande alla caffeina ripiegate su loro stesse e gettate tutte intorno non facevano altro che indurirgli il cazzo e fargli scoppiare la testa. Per di più continuava dal primo pomeriggio a leggere fumetti in cui donne nude metà umane e metà aliene venivano sodomizzate a turno dalle menti degli umanoidi di un pianeta lontano: erano 7 ore di erezioni e pantaloni gonfi ed accarezzamenti delle punte dei capelli, lunghi fino alle spalle e macchiati di verde acido proprio come suo padre temeva, proprio come suo padre non voleva. Il vecchio Izumo era all’antica, pensava Haru: non ascoltava i “Church of misery”, non chiedeva il perché, non sapeva il perché.

I neon sghignazzavano oltre le tende sottili e i vetri spessi e gelidi quanto i sorrisi di Haru i cui passi scivolati a terra tamponavano umidificando il legno scuro per i calzini bianchi appena sudati. L’aria odorava di trepidazione che anche i graffi sul divano rattrappivano, sembrava il respiro pesante del vino scadente, sembrava l’ora che si illuminava su un timer digitale all’angolo opposto della stanza, sembrava il soffice sbiadire di un evidenziatore sugli annunci di lavoro nei giornali disordinatamente sparpagliati sul pavimento. Lavapiatti 72mila yen. Guardiano notturno in un parcheggio del centro 80 mila yen. Cam girl, dipende da te.

Scarica CAM GIRL IN JAPAN di Francesco Trocchia in pdf.

oppure

Le punte dei piedi premevano sul torpore sonnolento del pavimento mentre i polpacci dondolavano su e giù nell’attesa che il computer si accendesse. Quel blimp che rassicurò le gambe e la lingua mentre ammorbidiva le labbra e infervorava il basso ventre. E via ridacchiando nell’apotropaico e asmatico paludoso mondo delle sabbie mobili del web alla ricerca di carne fresca, di un tocco malizioso a basso costo per depurarsi la mente e comprarsi un pezzo buono di inferno. Questo Haru lo sapeva bene ma semplicemente il cazzo gonfiava i pantaloni e si trovava senza indecisioni a picchiare sui tasti per otto semplici battiture: cam girl. Qui, lo sguardo giace, trema e sofficemente diventa cupo. Il mondo si sventrava come non nulla, srotolando e spargendo tutto ciò che custodiva: Jenny, Francine, Anna, Johana, Shama, Haniko e la povera Sonoko. Tutto in questo mondo ha un suo costo ed il pantalone gonfio di Haru aveva il suo, Sonoko lo avrebbe presto scoperto; sarebbe bastato solo inserire quelle 13 cifre e dimenticare tutto il giorno dopo ridendo come se nulla fosse accaduto. «Sei mia per 30 minuti dice il contratto, ti sento già, l’odore del tuo soffio congelare il mio sguardo sui tuoi seni piccoli che saltano. Dimmi perché non dovrei comprare il tuo fetido amore, Sonoko mia.» pensava Haru. Il respiro si arrabbiava di solitudine al punto che gli occhi piangevano da soli mentre il volto sorridente di una piccola e fragile e maledettamente donna Sonoko abbagliava la mente di Haru. La sentiva sua, al modico prezzo di 5 mila yen. È sua per 30 minuti, è sua e senza segreti. Non c’era che da chiedere e il pantalone gonfio parlava la stessa lingua, e parlava fottutamente bene.

Un’intera vita a chiedersi cosa fosse la gratitudine e bastarono 5 mila yen per comprenderne il cuore al nevrotico Haru, il sorriso dell’anima che rideva di lui, quei denti che riflettevano solo un semplice nulla e lo sguardo che gli stringeva forte il collo lasciandolo senza fiato. Senza fiato, senza una parola e con un pantalone che scoppiava quando fuori la notte vagava tutto intorno sola con i suoi perché, gli stessi che Haru si poneva senza riuscire a pronunciarli mentre Sonoko mostrava sé stessa senza il velo dell’illusione: è il mondo che si vende a 5 mila yen per quanto uno possa non cercarlo. Gli occhi su quei seni che tramortivano i sensi nel loro inturgidirsi, le mani carnose che sbiancavano la pelle al loro passaggio prima di coprire timidamente l’ombelico, ammiccando, desiderando e tramontando ogni supplica che potesse venire dall’altra parte. Stolto Haru, stolto e muto e silenzioso lì sulla sua sedia da pochi yen, meno di quelli con cui riuscì a trovare Sonoko ed il suo sesso in cui stava lentamente entrando. Ed il pantalone gonfio. Ancora e ancora di più. Lo sguardo che scattava sul monitor e i battiti di ciglia a 56k, sembrava che tutto si stesse facendo di meth: l’eccitazione di Haru per quei violenti e graffianti freeze della web cam che spargevano quel sexy retrò che lo mandavano in paranoia impedendogli di slacciarsi la cintura ed urlare come avrebbe voluto: riusciva solo ad irrigidirsi ad ogni respiro che inghiottiva, scattando anche lui a 56k come la sua web cam che osservava ormai da più di venti minuti. Stolto Aku, prenditela, è la tua Sonoko. Prenditela, hai solo 5 minuti ancora perché come ti insegnano le pubblicità anche l’amore ha un tempo ed il tuo,Haru, sta scadendo.

Sonoko si arrampicava sulla sua lingua che si torceva lasciando immaginare che fosse tutto il suo candido corpo a torcersi, affusolandosi fino a culminare in quelle ciglia che portavano direttamente a Dio nell’alto dei cieli ed imprimendo forza al sole per sorgere ancora e ancora perché di queste notti Haru ne aveva la stanchezza accumulata sotto gli occhi che arrossivano impietriti, lì seduti sulla sedia da pochi yen ad innamorarsi del corpo più suo che avesse mai trovato. Senza riuscire a dire una parola, senza riuscire a slacciarsi la cintura, senza riuscire a farsi uscire un paio di lacrime, senza sé stesso che chissà dove stesse vagando in quell’istante. Stupido e stolto Haru dovevi prendertela la tua amata, scaraventarti in quello schermo e crederci e farci l’amore senza trattenerti le lacrime in fondo all’anima sbiancata e sporca di quei neon che trasparivano sempre dalle tue tende oltre il vetro per quella strada semi morta nel vuoto di Tokio. Un mondo intero tutto intorno e l’aveva trovata, sua per mezzora circa, sua per pochi yen, sua a modo suo come si usa in questo mondo. Poi Sonoko si rimisi a sedere guardando nel centro del vuoto cuore di Haru sparandogli dritto in fronte, in mezzo agli occhi un appena sussurrato bacio che sviscerava via col suo soffio che lo stolto Haru immaginava profumasse di fragole. Poi così, quasi un buco in una cascata, lo schermo tornò nero come l’umore di tutta quella stanza che ammuffiva nei pensieri del povero Haru. In quella notte sempre nera senza stelle, chi le aveva prese quelle stelle, chi gli aveva rubato la vita concedendogli mezzora appena di midollo, chi?

Stolto Haru, stolto e stupido ragazzo giovane che invecchiava su quella sedia poco costosa che come bara valeva poco o nulla; stolto perché si stava convincendo di averla vista piangere per qualche istante, immaginandosi di averla avuta e di averla lì domani. Stolti e stupidi yen che ti illudono di comprare ciò che il mondo non sa offrire: la neve di fuori per strada, l’autocelebrativa notte stellata delle campagne del Giappone, il vuoto del silenzio nella stanza di un motel come è tutta la città di Tokio, l’odio di Sonoko ed il suo triste amore. Stolto Aku.
Ci provò. Si alzò, col cappotto addosso mise il piede sinistro sui fiocchi freschi accorgendosi che le sue lacrime non sapevano sciogliere la neve. Quanto freddo potesse contenere l’anima di Haru, si chiedeva tutto il mondo senza sapere chi fosse questo Haru. Il suo volto scuriva mentre rientrando si gettava sulla sua poltrona accarezzando i solchi della pelle. E i muri sembravano sempre mosaici di quelle luci al neon che la neve che lo aveva umiliato rifletteva.
Tokio sapeva essere gelida come città.

Stolto Haru.

Annunci