Trent’Anni

di .

Nicola Feninno

I.

Erano passate otto ore e trenta minuti ed ero ancora in coda, fermo, inchiodato con l’automobile ad un metro quadrato d’asfalto. Avevo avuto tutto il tempo di attraversare una variegata serie di fasi emotive: mi ero stupito, avevo ingolfato la mente di dubbi e speranze, simulato una ferrea calma, mi ero incazzato come una furia, mi ero alienato. Avevo recuperato lucidità col solo risultato di aumentare l’incazzatura; poi mi sono rassegnato, stancamente, una rassegnazione ascetica e composta. Diciamo che alla fine ho elaborato il lutto: ho accettato il fatto di essere incappato nella coda più lunga della storia delle autostrade e tangenziali italiane.

Sono bloccato, immobile. Non sto combinando nulla. Proprio maledettamente nulla. Da otto ore e più di trenta minuti. Sto perdendo tempo. Un sacco di tempo. Ma – ecco la svolta! – ogni ora è vita: insomma, intendo dire, il tempo scorre sempre allo stesso modo. E’ un fatto oggettivo. Sì, certo, poi ci sono le varie poetiche cazzate sul fatto che il tempo si allunga, corre,  procede a saltelli, vola, si arresta in un attimo infinito, eccetera eccetera eccetera. Ma – appunto – considerate lucidamente, sono tutte cazzate.

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Venendo al dunque: in queste sette, otto ore di coda io sono perfettamente vivo, allo stesso identico modo in cui sarei vivo in qualsiasi altra situazione. Vivo come quando taglio l’erba in giardino: magari il primo taglio dell’anno in una domenica di sole, in primavera; si sente l’odore caldo dell’erba, ormai il grosso del lavoro è alle spalle, il sole si avvicina al tramonto, tu hai fame – una fame che ti sei meritato – e in casa ti stanno preparando la cena. È la stessa cosa: ora sono vivo allo stesso modo.
Sette otto dieci venti venticinque ore di coda scorrono esattamente come quando bevi una birra ghiacciata con gli amici, seduto ad uno di quei tavoli che le sere d’estate invadono i marciapiedi, quando un filo di vento sembra fermare il tempo e tu potresti stare lì, in eterno, con la tua birra ghiacciata e il tuo corpo che non sente né caldo né freddo. La stessa identica vita. Lo stesso identico scorrere di secondi, minuti, ore.
In macchina avevo solo un paio di bottigliette d’acqua, ormai calda. Un paio di bottigliette d’acqua sempre più calda. Ma il tempo scorreva: ore, minuti, secondi. Nessuna anomalia. Il sangue mi fluiva nelle vene e nelle arterie, l’aria entrava nei polmoni nei bronchi bronchioli alveoli, poi le particelle di ossigeno hanno fatto il loro ingresso nel flusso circolatorio e poi da capo: espirazione ed inspirazione. Tutto in regola. Avrei potuto persino essere felice in quel cubo di latta: si trattava solo di trovare un modo – un modo come un altro – per innalzare il livello di endorfine prodotte dal sistema nervoso centrale.

Cosa cazzo sarà successo poi !! Otto fottute ore e mezza di coda! Mi viene voglia di scendere dalla macchina. Di scendere e prendere a calci tutte le altre macchine di merda. E crearmi un varco a calci tra tutti questi stronzi. E magari un paio di calci nel culo anche a quei coglioni della protezione civile, coi loro ridicoli cappellini e i loro stronzissimi sorrisi anti-panico e che non sanno mai un cazzo di niente, solo che è tutto sotto controllo e che non dobbiamo perdere la calma e che a breve si risolverà tutto e che a breve porteranno le loro merdose bottigliette d’acqua calda. E tu invece vorresti prendere il loro ridicolo cappellino, arrotolarlo, con calma, e infilarlo nel loro maledetto flemmatico culo e poi fermarti a guardarli, sfoderare uno splendente sorriso anti-panico e sussurrargli dolcemente “E’ tutto sotto controllo.”

Fuori intanto si sta facendo buio.
“Silvia, senti, stavo pensando … è vero siamo in coda, è una rottura di palle terrificante, però vedi, la vita qui, dentro l’automobile, bloccati, insomma … è sempre vita. Cioè, intendo, il tempo scorre allo stesso identico modo di quando …”
“Smettila di dire cazzate.”

Aveva interrotto l’esposizione della filosofia che avevo appena elaborato nelle pieghe accaldate del mio cervello. E aveva un sorriso stupendo. Le sue labbra erano sottili; amo il modo imperfetto in cui si chiudono quando sorride. E’ come se qualcuno gliele tenesse leggermente sollevate ai due lati. Ho spento la radio. L’ho afferrata per il collo sudato e l’ho baciata. Con forza. Adoro l’imprevedibilità della sua lingua. L’impertinenza disarmante con cui traccia percorsi inaspettati nella mia bocca mi fa uscire di testa. E’ strisciante, profondamente eccitante. Con gli occhi chiusi ho cercato il suo labbro inferiore e l’ho stretto piano tra i denti. Poi ho aperto gli occhi: ho iniziato a fissarla intensamente, quasi trattenendo il respiro – vorrei affogare nel centro di quelle pupille, vorrei perdermi in quel nero – continuavo a fissarla, continuavo a trattenere il respiro. La mia mano ha iniziato a scivolare, leggera, sulla pelle sudata della sua coscia. Sempre più su. Sentivo i sussulti impercettibili della sua pelle. La mia mano strisciava leggera, sicura, verso l’orlo della gonna. L’ho vista trattenere un tremito negli occhi: non li ha chiusi. E ha continuato a fissarmi. Abbiamo fatto l’amore. Lentamente. Con forza.

II.

Ero nudo, svuotato, stanco e ancora più accaldato. La coda non si era mossa di un millimetro. Dovevano essere le nove o le dieci di sera.
Chissà se le automobili intorno si erano godute lo spettacolo?
Forse era troppo buio; e poi i vetri si sono appannati in fretta … comunque avevo una tremenda voglia di fumare una sigaretta, ed ero rimasto senza: chi avrebbe pensato di rimanere intrappolato nella maledettissima tangenziale l’intera maledettissima giornata?!
Ok, stai calmo. Dev’essere il calo verticale di adrenalina, è normale nel post-orgasmo: è la nicotina nel sangue che pretende i rinforzi. Poi c’è lo stress da spazio ridotto, quello che hanno studiato negli astronauti. Ok, respira. Chiudi gli occhi.
“Magari è la volta buona che smetti!” la voce di Silvia.
Stai calmo: Silvia è la tua ragazza. È bellissima. Le sigarette sono foglie secche di tabacco di pessima qualità che qualche macchinario sporco e rumoroso ha arrotolato intorno a della carta o a qualche altra schifezza. Respira. Sei un uomo. Un homo sapiens come te ha dipinto la volta della cappella sistina sdraiato su delle assi di legno, forse era persino estate e di sicuro non c’era l’aria condizionata; poi si sa che vicino al soffitto fa ancora più caldo. Quindi calmati: sei di una specie evoluta, puoi resistere alla voglia di dar fuoco a un rotolino di carta e foglie. E di respirare a pieni polmoni quel fumo avvolgente e poi di buttarlo fuori, piano, dolcemente, socchiudendo appena le labbra, buttare fuori quel fumo avvolgente adeguando il soffio al ritmo lento del tuo respiro.
“Ti amo” ancora la voce di Silvia.
La guardai. Sembrava la prima volta che sussurrava quelle parole. Era raggiante. D’un tratto dimenticai tutto: mi sentivo felice.
“Ti amo anch’io”.
“Devo dirti una cosa”.
Sembrava non poter contenere la forza del suo sorriso tra le pieghe del volto. Qualche piccola ruga si affacciava sotto i suoi occhi. L’ho notato in quel momento, per la prima volta. È stato uno di quei momenti in cui sai con certezza che a trent’anni sei più felice che a sedici.
Silvia stava per parlare di nuovo. Io l’ho baciata. Addosso aveva solo il telo che teniamo sui sedili posteriori. Ho scoperto piano ogni centimetro del suo corpo: ogni istante un nuovo centimetro di pelle nuda da toccare, da baciare. Avrei voluto possedere ogni sua cellula, abitare ogni suo vuoto. Avrei voluto essere il suo sangue, i suoi occhi, il suo respiro.
In un attimo è scomparso tutto: c’ero solo io che mi scavavo con forza un varco dentro il suo corpo. E lei che mi faceva entrare, assetata, così sprofondata in se stessa da fare quasi terrore. Abbiamo fatto di nuovo l’amore. E anche il tempo – coi suoi secondi minuti ore – è sembrato scomparire.

III.

“Ricordi? Devo dirti una cosa”.
“Ti amo Silvia”. In quel momento ero così inerte e felice che avrebbe potuto dirmi qualsiasi cosa, anche confidarmi che il suo sogno erotico era il papa vestito solo con una papalina rossa a coprirgli le pudenda.
“Sono incinta”.

IV.

Stella! Ho sempre pensato che Stella fosse un bel nome. O anche Paola. O Eva, se non fosse per quella storia della mela. Forse Stella rimane in vetta alle mie preferenze … Stella la monella! Stella la più bella! Stella bella come una modella! Stella … Stella … Stella … Stella tapparella? La Stella più luminosa! La Stella del suo papà! Calma: e se fosse un bambino? Beh a questo non ho proprio pensato. Un maschio, col suo pisellino, con tutta la sua vita davanti, puro, innocente. Lo vedo che nasce, piangendo, urlando, viene alla luce con gli occhi chiusi e poi li apre, guarda la sua mamma e guarda me, il suo papà. Potresti soffocarlo con due dita. Lui nasce –coperto di sangue – e il mondo è già lì, pronto ad essere maneggiato da lui che ancora non ne sa nulla, pronto a inghiottirlo, a sballottarlo nella serie infinita dei giorni. Nasce, apre gli occhi, mi guarda e sembra saperne qualcuna più di me, sembra guardarmi con lo stesso sguardo di mio padre quella volta che mi sospesero da scuola: in gita avevo bevuto troppo.

Cosa vogliono questi stronzi? Cos’hanno da guardare? No, non sono della protezione civile! Si staranno chiedendo perché cammino tra le macchine ferme in coda. Perché mi va. Penseranno che sono strano. Strano?! E io penso che siano strani i cinquanta chili di troppo di tua moglie e che i tuoi figli seduti lì dietro ti odieranno con tutte le loro forze appena cresceranno un po’: strano vero? Forse neanche troppo, in fondo. Dimmi: hai grandi progetti su di loro, vero? Sì, sto parlando dei tuoi figli: t’immagino che sogni per loro quello che tu non hai avuto il coraggio di vivere. Ma loro ti fotteranno. Si libereranno dei tuoi sogni proprio quando meno te lo aspetti, proprio quando giureresti che ormai è fatta, ad un passo dal traguardo: il tuo traguardo per loro. Ti guarderanno dritto nelle palle dei tuoi occhi stanchi e prenderanno la loro strada. E falliranno coltivando le loro illusioni o forse – chissà!? – taglieranno il loro traguardo e saranno felici e tu sarai lì: puoi solo guardare. Solo uno spettatore. Sarai capace di essere felice, semplicemente felice per loro? Ne sarai capace? Bravo: fai finta di non aver sentito nulla. Ti capisco. Vuoi ancora sapere perché cammino? È quello che mi va di fare: camminare tra le macchine ferme in coda.

Non c’è luna stanotte. C’è un’afa terribile. E neanche un soffio sottile di vento. Il tempo scorre al rallentatore, sembra appesantito, affaticato dalla calura.
Continuerò a camminare finché non avrò capito perfettamente il perché. La causa. La causa di questa assurda interminabile coda. Giuro: non mi fermerò, dovessi trascinarmi tutta la notte.
Una coda così è inspiegabile. Una coda di dodici tredici quattordici ventitré ore! Non è giusto. Non è mai successo. Ma una maledetta spiegazione deve pur esserci. La troverò, dovessi consumarmi le suole delle scarpe su questo maledetto asfalto. Silvia – credimi – mi dispiace. Credimi, ti amo. Non avrei voluto restare in silenzio dopo quelle parole. Ricordo i singoli movimenti delle tue labbra sottili, ricordo perfettamente come si flettevano e s’inarcavano: “sono incinta”. Non avrei voluto rivestirmi senza guardarti. Non avrei voluto aprire la portiera in silenzio e scendere, in silenzio, e poi iniziare a camminare senza voltarmi. Non avrei voluto. Ma non avevo scelta: devo capire il perché. Capisci? Da dove nasce tutto questo. Dev’esserci un perché, Silvia. Una motivazione straordinaria. Assolutamente fuori dal comune. È tutto così inspiegabilmente più grande di noi. Ma io voglio capire. Continuerò a camminare, per ore, per tutta la notte, per due o tre giorni se necessario. E prima o poi ci sarà la prima fila di macchine, le prime macchine ad essersi fermate, e proprio davanti ai loro parabrezza la causa, la spiegazione degli inspiegabili chilometri di coda. La causa di tutto capisci? Qui non c’entra Dio, qui non c’entra nulla di superiore trascendente insondabile, qui la causa è concreta. Eppure guarda i volti di tutti questi uomini, di tutte queste donne, fermi in coda, prigionieri di un agglomerato di lamiere colorate, inerti, rassegnati come fosse il giorno del giudizio. S’illudono. S’illudono che tutto ciò sia ineluttabile, un decreto del destino. E invece no – cazzo! – tutto questo ha una causa concreta, visibile palpabile comprensibile. Ma tutti loro restano lì, inchiodati ai loro sedili, a torturarsi per cercare un modo per non pensarci, restano lì a raggrinzire immobili. Non riesco a guardarli negli occhi: vedo il vuoto, mi fanno paura. Io non sono come loro, Silvia. Perdonami. Io devo camminare. Devo camminare fino in fondo, fino all’inizio di tutto. Io devo capire.

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