Il Biscotto Postmoderno

di .

 Marco Lavighe

Quando con il biscotto ai quattro sapori sbancammo la fiera dolciaria di Isonzo, aggiudicandoci l’ambito premio Frollo, la Curan, il nostro biscottificio, per riconoscenza ci omaggiò con due settimane di vacanza in Messico, tutto spesato: volo, trasporto dall’aeroporto al resort con tre minivan privati, sfarzose stanze singole vista piscina, bevande e cibo in forma illimitata, eccitanti escursioni a piacimento. Come era giusto che fosse, non facemmo complimenti; il nostro biscotto aveva sbaragliato la concorrenza lasciando allibita un’intera giuria di esperti, la Curan ne aveva ben donde di viziarci e ricompensarci. E così, le due settimane messicane trascorsero magnificamente, volarono, come si suole dire quando ci si diverte e si sta bene in compagnia. Balli di gruppo protratti fino all’alba, pantagrueliche abbuffate di enchiladas e fajitas, tumultuose sbronze di tequila, rigeneranti sport acquatici di ogni risma, partitelle a pallone su finissima sabbia bianca, tour alla scoperta del Messico da lasciare senza fiato.
Insomma, un’opulenza che solo in pochi tra noi avevano avuto occasione di sperimentare prima di allora. Non ci fu richiesta lasciata insoddisfatta, neppure quella, formulata dai più irrequieti, di trascorre una o due serate tra le braccia di qualche bel donnino di laggiù. La Curan aveva pensato anche a questo.

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Quando due domeniche dopo, senza farci caso, ci ritrovammo di nuovo sull’aereo, diretti in Italia, più che un gruppo di maturi quarantenni ricordavamo una scolaresca di ragazzini col singhiozzo, la cui prima gita senza genitori, la prima boccata di libertà, era finita anzitempo.
Gli enormi cappelli che ci appiopparono entrando in aeroporto, li portammo tutti allo stesso modo, abbassati a coprirci il viso. Non per farci ombra e riposare, come l’apparenza lasciava credere e come era in uso tra i messicani, ma nella speranza di celare, sotto quelle larghe falde, il senso di tristezza e commozione che ci aveva sorpreso, prematuramente, già in volo.

Rientrammo a Malpensa che era notte. Il rimpianto di essere partiti cedeva ora il passo alla consapevolezza di ciò che avevamo fatto e vissuto insieme.
Eravamo ingrassati di qualche chilo, le nostre facce per una buona volta apparivano riposate, l’intesa tra di noi  si era rafforzata. Inoltre, restava l’abbronzatura: finché fosse durata potevamo atteggiarci, coi nostri conoscenti, da ricchi borghesi, passare cioè per quei privilegiati che hanno i mezzi e la facoltà di recarsi al mare anche in inverno.
Talmente attizzati dalla prospettiva, non badammo neppure che da lì a poche ore ci attendeva il nostro lavoro. Del resto, era un piacere rimettersi all’opera dopo una riconoscenza simile. Io per primo, se l’indomani avessi incontrato l’ingegner Amalasunta, ceo della Curan, non avrei indugiato un secondo a stringergli la mano, pieno di gratitudine com’ero.

Ci ritrovammo in sede, la mattina seguente, con venti minuti di anticipo sull’orario previsto. Era più che giusto mostrar loro lo stesso tatto usato nei nostri confronti.
Per certi versi, vederci lì in quello spiazzo fu come prorogare le nostre vacanze. Non faceva in tempo a raggiungerci un compagno, quello eravamo diventati ormai – compagni – nel senso più verginale del termine, che partiva un carosello di abbracci calorosi e sonore pacche d’affetto, come se non lo vedessimo da anni. Capita sempre così quando si fraternizza lontano da casa.
Sul volto, avevamo stampato tutti l’identico sorrisone bonario e ci accomunava la smania di raccontare nel dettaglio l’accoglienza ricevuta una volta riuniti alle nostre famiglie. In più, si avvertiva chiaramente nell’aria una voglia, una frenesia quasi, di ricominciare uniti e vincere anche l’anno prossimo il premio Frollo.
Avremmo sfornato un super biscotto, senz’altro.
Tra risate e aneddoti, le lancette dell’orologio scivolarono alle nove e un quarto. I cancelli della Curan erano ancora chiusi. Che per un malinteso prevedevano il nostro rientro la settimana successiva?
Ridemmo di gusto a questa ipotesi, e giù altre pacche e aneddoti e grida.
“Si torna nel Messico” urlai dalla gioia.

A questo schiamazzo, da una delle finestre dell’ultimo piano si affacciò l’ingegner Amalasunta.
“Che strillate laggiù?”
“E’ l’ingegnere, è l’ingegnere” feci io “dai su’, un bel plauso per l’ingegnere, tutti assieme”
Partì un lungo applauso frammisto a invocazioni inneggianti la magnificenza della Curan.
“Per la miseria, figli d’un can, la volete smettere! Non avete letto l’avviso” tuonò l’ingegner Amalasunta, inviperito.
Silenzio.
Mi avvicinai al cancello, individuai l’avviso e lo lessi tra me e me.

Cari dipendenti, l’economia stagnate e il rincaro dei prezzi come segue: lievito + 30% ; uova + 20%; burro di pasticceria +30 %, ci hanno portato a una dolorosa decisione: l’impianto manifatturiero della Curan chiude con effetto immediato. Grazie per la vostra devozione. Il biscotto ai quattro sapori resterà per sempre nella gloriosa storia di questa industria, così come il ricordo di chi amorevolmente lo ha concepito e creato.
Con licenzioso affetto, Ingegner Amalasunta.


L’abbronzatura sbiadì in un istante. Mi ricordai della cena organizzata per festeggiare il primo biscotto ai quattro sapori sfornato. Dal palchetto dove sedevano i dirigenti qualcuno, annunciando un brindisi, intonò:
“Perché tutto è stato inventato ” e noi dallo stanzone belando in coro: “Per cui tutto è possibile ”.
Già.

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