Blatera Blatta

di .

Panurge

Lavarsi il volto la mattina: nella vita di Harold Flop non c’è operazione più rischiosa.
E non tanto per il sapone al guaranà, sia maledetto chi glielo ha consigliato, con cui si ostina a detergersi il viso, pur sapendo bene che, puntuali, arriveranno dolore e lacrime al primo contatto con la pelle; e non tanto neppure per l’acqua fredda sulle sue gote paffute, appena sveglio, che dallo shock sbiadiscono, passando da rosse a un giallognolo piuttosto deprimente. No. Il rischio, per Harold, risiede nell’avventurarsi in solitaria nel bagno, posizionarsi per la toletta di fronte all’enorme specchio, e, davanti ad esso, trovarsi costretto a chiudere gli occhi, fosse solo per un secondo.
Perché Harold Flop, anonimo travet alle poste, è convinto che (ed è disposto perfino a giurarlo su ciò che di più caro ha al mondo: la collezione di lattine di coca cola iniziata nel ‘94, pezzi unici provenienti, mezzo posta, da quasi ogni angolo del pianeta) nell’attimo in cui per colpa dell’acqua e del sapone tiene ben serrate le palpebre, qualcosa di spaventoso prende forma alle sue spalle.
Che cosa, ancora non è riuscito ad intenderlo: di fatto, quando, ultimato il definitivo risciacquo, […]

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si guarda attorno riparandosi dietro l’asciugamano, tutto – l’accappatoio scorticante appeso alla doccia, la carta igienica colorata, la sua faccia atterrita – è esattamente dove deve essere.
Eppure, non disporre di certezze evidenti non lo rassicura affatto. Anzi. Ogni mattino alle 8 e 30, orario in cui, mortificato, si leva dal letto, senza eccezione di sorta, Harold, al solo pensiero degli obblighi di toletta che lo attendono, prende a tremare.

A tormentarlo più di ogni altra cosa è il tipo di realtà che in quel bagno si svelerebbe. Per quanto ne sa, potrebbe esserci di tutto attorno a lui: una carrellata di mostri e oscenità varie, angeli, sirene, quel bacchettone del suo capo in gonnella, gli odiosi colleghi, il wc e il bidè sospesi a mezz’aria, il nulla, perfino Walt Disney e J. Hoover nella sua vasca da bagno, potrebbero esserci, avviluppati uno all’altro come koala ai rami di eucalipto.
Ma non c’è solo questo a tormentarlo. Se così fosse, il sangue nelle sue vene non cristallizzerebbe di terrore dopo ogni passo compiuto in direzione della soglia del bagno; e nemmeno Harold avvertirebbe alla bocca dello stomaco quella sensazione di vuoto, come capita spesso su un aereo quando perde quota, che invece lo pervade appena le sue mani si posano sulla ceramica del lavandino.
Il timore vero, quello che lo sta conducendo a sfiorare da vicino la pazzia, è che questa realtà scatenata dal buio abbia una sorta di relazione con quanto, dentro di sé, Harold sente di essere, una relazione insomma con la sua natura più intima e profonda.
Tutte le meschinità che ha compiuto, le nefandezze, gli inganni, il dolore che ha inflitto sapendo di infliggerlo: qualora si appurasse questa relazione, la scena in quel bagno sarebbe terribile e indecente.
Se potesse sdoppiarsi e in quegli attimi ripensare a Clotilde, per esempio, l’amore della sua vita, che ha preso e poi gettato come un giocattolo rotto, tanto l’amore si può sempre ricomprare, a quel punto è pronto a scommetterci assisterebbe allo spettacolo osceno di un piccolo insetto verde e gibboso, intento a spalmare il sapone al guaranà sulle ferite che si è auto procurato.
Se invece si fermasse a riflettere sui suoi genitori, su quell’espediente da balordo con cui li ha circuiti, col risultato di azzerare la fiducia che riponevano nei suoi confronti, magari sarebbe condannato a vedere un piccolo demone, dal naso adunco e gli artigli affilati, che senza alcun riguardo fruga nelle sue carni e scava via parti del suo corpo nella massima tranquillità.
E se appoggiato alla porta del bagno pensasse alla sua vita, eternamente imbronciato, passata seduto ad attendere gli servissero tutto ciò che ordinava, allora allo specchio probabilmente vedrebbe se stesso, identica fisionomia, assumere espressioni raggelanti, contorcersi in spasmi orribili e muovere la testa a una velocità innaturale.
Sicuro, non vedrebbe un uomo con ancora indosso il pigiama, dalle guance paffute e l’espressione assonnata, che pur di dimenticarsi, in fretta e furia si lava il volto, col panico negli occhi.

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