Loris Trestamagano

di .

Faberduck

Benché lo aspettasse da dieci minuti buoni, il metrò, quando giunse, fu per Loris soltanto un lungo sferragliante disturbo. Già da un pezzo aveva deciso di non salirci più su quel treno, ma era rimasto comunque ad attendere in banchina. Lo tratteneva lì un semplice cartellone pubblicitario, verso il quale si era sentito attratto, per non dire invaghito, a prima vista. Il cartellone in questione raffigurava una spettacolare veduta di un fiordo norvegese ed era stato ideato dall’ufficio del turismo, proprio della Norvegia, con lo scopo di incrementare il flusso di visite verso quel paese. Come detto, Loris si sentì rapito, a tutti gli effetti in preda a un colpo di fulmine. Ma trovandosi la réclame affissa sull’altra banchina, il treno appena arrivato, che nel frattempo aveva arrestato completamente la sua corsa, annullava d’un tratto con la sua ingombrante mole la ragione della permanenza di Loris in stazione.

Quando le porte dei vagoni si aprirono, producendo un suono straziante, come di uno strappo ad un tessuto metallico, Loris restò composto. Era ancora così rapito dall’oggetto della sua contemplazione, pur oscurato, che era come se si trovasse mille miglia lontano da quel luogo e dalla gente che aveva iniziato a scendere dai vagoni. Attese noncurante che il flusso di persone terminasse di circolargli febbrilmente tutt’intorno. Una volta che la processione fu cessata, Loris tornò ad esser solo. Le porte del vagone però restarono aperte di fronte a lui, come se il macchinista lo aspettasse per ripartire. Loris non fece un passo. Desiderava soltanto che quel treno filasse verso la prossima stazione per poter tornare alla tanto agognata immagine. Il treno, dal canto suo, sembrava non aver alcuna intenzione di muoversi.

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Loris iniziò allora a percepire l’enorme carcassa ferma sul binario come un interferenza, come un vuoto nel contatto che si era creato tra lui e il fiordo norvegese. Era un interferenza questa, molto simile a quelle che capitano a televisori o ai telefonini e le cui conseguenze di solito sono un immagine non nitida o un suono non pulito. Per Loris col treno accadeva la stessa cosa, con una differenza:  gli effetti si palesarono in lui fisicamente, sotto forma di un incremento costante di digrignamento dentale.

Inaspettata e con grande impeto, una voce dal forte accento del sud esplose dagli altoparlanti: in carrozza, annunciò, ultima corsa.

In carrozza …. Loris non aveva mai sentito un annuncio simile in vita sua se non in qualche film un po’ datato, nelle scene in cui due amanti erano costretti a separarsi per sempre e quella frase, in carrozza, sanciva l’inevitabile momento di dirsi addio.

Che fosse così anche per lui e il suo fiordo norvegese ??  Loris s’interrogò su.  No, anche se era l’ultima corsa non gli importava un accidenti. Che se ne andasse quel treno maledetto e il più in fretta possibile, dichiarò tra sé e sé.

Con un lieve movimento del capo, Loris cercò di ritrovare il suo amore smarrito guardando con occhi irrequieti oltre i finestrini, ma non vi riuscì di vederlo.  Gli riuscì però di incrociare lo sguardo con quello delle persone presenti all’interno del vagone, le cui espressioni erano tutt’altro che indulgenti. Quelle persone avevano senz’altro fretta di ripartire e non capivano affatto come mai questo strano personaggio sostasse immobile sulla banchina.

Loris allora abbassò timidamente gli occhi e prese a fissare le punte malconce delle sue scarpe, ma approfittò di quei volti per ragionare sulla poca pazienza con cui gli uomini trattano l’amore e chi è innamorato.

Di nuovo, ma con un tono più scocciato, la voce dall’altoparlante proruppe, intimando a mettersi in carrozza.  Ripeté per diverso tempo lo stesso noioso annuncio ma Loris non lo sentiva neppure. Era infatti tutto teso ad ascoltare il suo corpo che si stava ribellando a quella costrizione e gli confessava di desiderare ancora e soltanto quella vista spettacolare.  Loris fece un passo indietro, e per tutta risposta il treno sbuffò, muovendo leggermente in avanti.

Loris era ormai convinto che tutti, in quella stazione, dal macchinista alla voce dell’altoparlante, gli cospirassero contro. Eppure, chiedeva soltanto di essere lasciato indisturbato col suo fiordo norvegese.  Si ricordò dei grandi eroi romantici, e si rivide in certe loro sofferenze.  Il silenzio che si era instaurato su quella banchina era certamente frutto della delicatezza del momento e veniva interrotto soltanto quando Loris retrocedeva di un passo, e il macchinista di conseguenza avanzava di un metro,  o quando la voce dell’altoparlante ringhiava, ogni volta più incazzata. Era diventata una partita a scacchi. La situazione perpetuò così per un bel pezzo, fino a quando da un vagone non molto distante da Loris si udirono delle grida ingiuriose, tutte indirizzate al macchinista. Un attimo dopo, Loris sentì qualcuno discendere di gran carriera la scalinata alle sue spalle. Tempo un secondo e un uomo gli si accostò.

< Allora ?>  gli chiese l’uomo senza indugiare.

Loris non tardò molto a identificare quella voce:

< Lei è la voce dell’altoparlante >

< Cosa vogliamo fare signore ? >  chiese di nuovo l’uomo  < saliamo o no ? >

< Voglio solo essere lasciato in pace > disse Loris con tutta la gentilezza di cui disponeva.

< Lasciarla in pace ?  Signoreeee… >  fece l’uomo alzando i toni e scandendo per bene le parole  < non abbiamo tempo da perdere qui : salga su questa carrozza o esca dalla stazione immediatamente >

< non avete il diritto di trattarmi così > fu la risposta di Loris

Preso atto della cocciutaggine del suo interlocutore, l’uomo dell’altoparlante si prodigò in un fischio talmente insistito che negli attimi seguenti  le orecchie di Loris ronzarono.

Al quel richiamo, dalla carrozza di testa uscì un uomo, probabilmente il macchinista, il quale s’incamminò a passo spedito lungo la banchina, nella loro direzione.

Le ingiurie provenienti dai vagoni cessarono all’instante.

Solo quando gli fu dinanzi infatti, Loris poté constatare quanto fosse enorme e brutale quell’uomo. Una vena grossa come il bulbo di una cipolla, che gli pulsava incessantemente al centro della fronte, era l’unica cosa visibile, assieme a due freddi occhi azzurri, del suo volto, per il resto tutto oscurato da una strana fuliggine nera.

A quella vista Loris si sentì venir meno. Idealmente, avrebbe fatto di tutto pur di tornare ad osservare il suo fiordo, ma allo stato attuale sapeva che nulla avrebbe potuto contro le possenti mani color carbone del macchinista se solo queste gli si fossero strette al collo.

Loris indietreggiò inconsapevolmente.

< Che diamine !! Siamo in ritardo di almeno mezz’ora, si può sapere cosa sta capitando ? > domandò il macchinista.

< Si rifiuta di salire > fece sbrigativo l’uomo dell’altoparlante, indicando Loris e girando lo sguardo da un’altra parte, come a significare : ora te la vedi  da solo con lui.

< Si rifiuta di salire ?? > esclamò il macchinista sbigottito < che storia è questa ?? nessuno si è mai rifiutato di salire su una mia corsa >

Loris allora provò a spiegare la situazione al macchinista, in modo affabile e con tono cortese.  Gli parlò della folgorazione del fiordo, di come si sentiva un eroe romantico e del perché, pur con un certo rammarico, non poteva assolutamente imbarcarsi sul suo treno.  Dalla ridotta pulsazione del bulbo sulla fronte del macchinista,  Loris intuì che aveva di fronte un uomo savio, disponibile e aperto al dialogo e questo lo rincuorò assai. Ciò che Loris non poteva sapere però, era la causa di quella pulsazione dilatata, dovuta esclusivamente all’incredulità del macchinista per le parole che stava ascoltando. Era come se l’uomo si fosse preso una pausa, o una boccata d’aria se vogliamo, giusto il tempo di valutare i concetti  appena espressi, e riservarsi  eventualmente lo spazio per radunare le forze e scagliarsi contro la sua vittima.  Ed è proprio quello che avvenne.  Erano appena terminate le ultima accalorate confessioni di Loris, quando il macchinista lo prese per i fianchi, se lo caricò su una spalla e lo gettò come un sacco di patate dentro il vagone.  Immediatamente , da tutti gli scompartimenti si levò un applauso spontaneo.

Per tre quarti tramortito,  Loris giaceva adesso steso al suolo, col solo organo dell’udito ancora funzionante.

Udiva infatti le persone,  con le quali era costretto a dividere il vagone, esprimersi molto malignamente sull’intera vicenda , in termini egoistici e mai solidali. La maggior parte dei commenti non si discostava troppo da un “ era ora” o da un “han fatto bene”.

Loris si sentì per la prima volta in vita sua perseguitato.  Non solo i due giudici lo avevano condannato, ma perfino il popolo si era schierato dalla loro parte. Dov’era finita in quella gente la misericordia , motore di ogni azione e fine di ogni gesto?  E l’amore ? Dov’era finito il loro amore ? Chissà … Loris smise però quasi subito di interrogarsi in questi termini, dall’altronde non era mai stato uno spirito incline a questioni metafisiche, e cercò di farsi forza da sé.

A conti fatti, se quegli individui non avevano più nulla per cui lottare, lui, almeno per ora, aveva ancora il suo cartellone.  Ragionando così , Loris decise in quegli istanti che avrebbe difeso il suo amore a costo della vita.

Udì i passi del macchinista farsi sempre più distanti, segno netto che l’uomo si stava allontanando, indiscutibilmente per riprendere possesso della sua postazione e ripartire.

Loris concentrò allora tutte le energie residue di cui disponeva , con lo scopo di alzarsi sulle gambe e fuggir via.  Respirava profondamente,  meditando prima di compiere ogni movimento e dosando con molta accuratezza tutti gli sforzi.  Le persone del vagone assistevano attonite. Aiutandosi col palo era riuscito quasi del tutto a sollevarsi sulle proprie gambe, quando le porte del vagone, precedute da un diabolico suono,  iniziarono a chiudersi.  Non si trattava più di vivere o di morire arrivati a questo punto.  Le persone che aveva attorno erano vive eppure erano già morte.  Si doveva compiere una scelta, se credere nell’amore o meno. Loris ripensò per un attimo ai suoi cari eroi romantici. Cosa avrebbero fatto loro ?

Le porte del vagone intanto divennero cerchi di fuoco ai suoi occhi. Doveva decidere in fretta e in un baleno  Loris saltò giù dal treno, con un acrobatica piroetta.  Ruzzolò di schiena sul pavimento, nel momento esatto in cui il metrò si avviava. Ce l’aveva fatta. Aveva creduto all’amore e aveva vinto.

Notò con la coda dell’occhio che la manica del suo maglione aveva preso fuoco vicino al polso, ma era il cuore che più di tutto ardeva.  Loris s’affretto a spegnere le fiamme , tarantolandosi come un indemoniato sul  pavimento fino a quando non vi riuscì, poi si alzò. Il treno scivolava via lentamente  oltre il tunnel. Riuscì a vedere le luci rosse dell’ultimo vagone,  poi svanì del tutto. Adesso era solo. Finalmente. Loris si spostò di qualche metro e se lo ritrovò davanti, il suo fiordo. Il suo amore. Quanto gli era mancato, quanto lo aveva desiderato.  Avanzò di qualche passo arrivando a sporgersi quasi al limite della banchine.  Lo adorava. Loris socchiuse gli occhi, per sforzare la vista e adorarlo meglio. In quell’istante tutte le luci della stazione si spensero

In carrozza baby, ultima corsa.       

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