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	<title>SlowMind One</title>
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	<description>Una fanzine di letteratura impopolare</description>
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		<title>Le Cervelliere</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 22:24:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Le cervelliere]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Lavighe]]></category>
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		<description><![CDATA[Marco Lavighe &#60;&#60;Cominciarono a richiedermi le cervelliere due anni fa, signore, dopo quel fattaccio di Mestre. Fu un boom. Prima di allora zero, ne avevo vendute. Zero, mi creda,  stavo per far chiudere la produzione. Adesso le fabbricano addirittura in Cina, si figuri. Un successo&#62;&#62; &#60;&#60;In Cina? Concorrente pericolosa&#62;&#62; &#60;&#60;No, nessuna concorrenza. Stranamente, i cinesi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=690&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em>Marco Lavighe</em></p>
<p>&lt;&lt;Cominciarono a richiedermi le cervelliere due anni fa, signore, dopo quel fattaccio di Mestre. Fu un boom. Prima di allora zero, ne avevo vendute. Zero, mi creda,  stavo per far chiudere la produzione. Adesso le fabbricano addirittura in Cina, si figuri. Un successo&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;In Cina? Concorrente pericolosa&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;No, nessuna concorrenza. Stranamente, i cinesi in questa occasione sono stati … come dire …  poco globali: le loro cervelliere vestono solo crani cinesi. Da non credere! Un cittadino europeo (per tacere di un americano) non riuscirebbe mai ad infilarsi in testa un prodotto simile. Forse un bambino, ecco. Ma affiderebbe lei il futuro del suo pupillo a un loro prodotto? Son di gomma, s’intende. Le mie invece, di metallo. Senta qua!&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Molto resistente&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Ci si andava in guerra, un tempo, con questi aggeggi&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Sono curioso. Quando le è venuta l’idea? Insomma, come ha capito che all’umanità sarebbero servite proprio le cervelliere per sopravvivere?&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Ah Ah. Non l’intera umanità, signore, ne ha bisogno. Mi perdoni la chiosa, ma sono quelli come noi (sa: società affluente, progresso, tecnologia) ad averne urgenza. Non fraintenda, mi piacerebbe moltissimo. (Se solo penso al fatturato) &gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Giusto. Ma quanto all’idea, cosa può dirmi? Non credo che in luogo di una mela, a lei sul capo sia caduta una cervelliera&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Diciamo che mi sono guardato attorno&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;E cosa ha visto?&gt;&gt;</p>
<p><a href="http://slowmindone.files.wordpress.com/2012/01/scarica-le-cervelliere-di-marco-lavighe-in-pdf.pdf">Scarica LE CERVELLIERE di Marco Lavighe in pdf.</a></p>
<p>Oppure</p>
<p><span id="more-690"></span></p>
<p>&lt;&lt;Cosa ho visto, beh … ho visto mollezza, decadenza, piaggeria, una spruzzata di meschinità e tanti programmi di cucina. Troppi. Poi, vediamo … ah sì : ho riscontrato in moltissimi la sottile e arrogante piaga del “pensar corto”&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Il “pensar corto”. Interessante&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Proprio così, il pensar corto. E mi creda (le vendite del resto sono qui a dimostrarlo) le mie cervelliere sono un balsamo per questa affezione, un rimedio efficacissimo&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Per cui semplicemente osservando il mondo,  nient’altro?&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;In larga parte, sì. Anche se la spinta decisiva, (un’autentica epifania), l’ho avuta di fortuna, rincontrando un vecchio conoscente dopo anni. Coincidenza, tornava proprio quel giorno dalla Thailandia. Oh, lo ricordavo un tale sciocco: frivolo venale, sciatto, e tutto il resto. Ebbene, questo mio conoscente si era come trasformato, in meglio: nella nostra breve conversazione riscontrai in lui un’acutezza di pensiero sorprendente e un eloquio che potremmo definire … cesellato (per non menzionare qui la grazia delle sue pose ). Prodigioso, mi creda. Per la prima volta in vita mia capii di fissare negli occhi, che aveva irreprensibili, una persona che davvero viveva il suo tempo; ne disponeva, ecco, al massimo delle proprie potenzialità. Rimasi meravigliato, senz’altro&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Fu il viaggio a trasformarlo?&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Più o meno. Scoprii dalla sua stessa voce, in un secondo incontro anch’esso fortuito, che appena in Thailandia venne rapito da una non meglio precisata banda di guerriglieri, e forzatamente tenuto prigioniero nella giungla più fitta per dodici anni, lontano da tv, pubblicità, computer, internet, sesso, cibo occidentale e medicinali. Ecco spiegata l’intuizione della cervelliera&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Straordinario! È sufficiente orbare un uomo delle fascinazioni occidentali, et voilà: diventa un genio. Ma mi dica, chi è stata la sua prima, mi passi il termine, cavia?&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Dunque, il primissimo esemplare lo progettai personalizzandolo sulla mia scatola cranica. Non fu un esperimento esaltante, a dire il vero:  le comodità tecnologiche non mi hanno mai incantato, ecco spiegati i risultati pressoché impercettibili di questo tentativo. Diciamo allora che il primo test a sortire effetti,  concreti, fu quello su mio figlio. Poverino. Quanto ho penato per fargliela mettere: era tutto un “Ma babbo, mi rovina l’acconciatura” “Ma babbo, va’ tu a spasso con una scodella in testa” e via di questo tono. Ah Ah. Non si contano le nottate in bianco, e le lacrime&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;E in questo caso l’esperimento fu probante?&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Probantissimo. Il mio ragazzo prima era … ehm … come dire … un minchione! Scusi ma non trovo definizione più appropriata. Senza interessi, dozzinale, moscio, distratto, e anche malevolo a volte. (Non lo scriva, ma faticava a infilare assieme due parole). Lo prenda adesso. Da tre anni porta una cervelliera. Sorvoliamo sul fatto che non ha più acceso il televisore (per questo basterebbe il buon senso) e che ha abbandonato l’uso di ogni altro futile marchingegno elettronico; ma vogliamo dire che pochi giorni dopo aver lasciato la scuola (una sua scelta, ci tengo), ha cominciato a dipingere? Tempera per lo più. Neanche un mese, e le pareti di casa nostra ospitavano un piccolo Rinascimento. E poi la letteratura (ha una predilezione per i poeti fiorentini, Burchiello specialmente) le scienze, lo sport. E gli scacchi? Appena apprese le nozioni base, stava già elaborando un manuale teorico  delle aperture!&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Davvero notevole. Davvero. E dove si trova adesso suo figlio? Sarebbe stimolante rivolgergli alcune domande. Col vostro consenso, s’intende&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Direi con discreta approssimazione che sta sorvolando la Groenlandia, in questo momento. È atteso nel Quebec, un convegno di linguisti. Indovini … il velivolo l’ha costruito con le sue mani: qualche ferraglia arrugginita comprata da un robivecchi, una pietra focaia per assemblare il tutto, e ora viaggia in lungo e in largo per il mondo. Niente più check-in. Ah Ah&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Come non detto allora, e faccia a suo figlio i più vivi complimenti da parte nostra. Tornerei, se se la sente, al fattaccio di Mestre. Mi ha riferito poc’anzi che, appena saputa la notizia, spedì ai famigliari delle due vittime … quante? … dieci cervelliere? &gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Dieci, esatto; senza emetter fattura e con la spedizione a mio carico. Fu una tragedia (per i ragazzi coinvolti). Recapitai loro il materiale perché sapevo che quei giovani avevano fratelli e sorelle, alcuni di pari età addirittura. Volevo evitare una seconda disgrazia&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Già. I famigliari però la denunciarono&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Che dispiacere! Mi creda, sono tutt’oggi molto costernato che abbiano frainteso il gesto. Ad ogni modo, ripensandoci, la colpa è mia soltanto. Paradossalmente, regalando loro quelle dieci cervelliere, ho alimentato il male che con la mia invenzione mi auspicavo di curare&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Si spieghi meglio&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Diciamo soltanto che all’epoca (grazie alle cervelliere, si può ben dire che un epoca è “trascorsa”) non esisteva una cultura di questo prodotto. Chi sapeva usarlo?&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Nessuno ovviamente&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Nessuno,esatto. Io ho consegnato loro una tecnologia di cui non potevano avere padronanza. Si saranno offesi ed è seguita la denuncia&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Già, deve essere andata come dice lei. A proposito del funzionamento … avrebbe qualche consiglio per i nostri lettori? Una sorta di esclusiva, ecco. Qualcosa magari per far sì che la nostra cervelliera renda al massimo&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Senz’altro! Come sa, la cervelliera, producendo una stenosi della scatola cranica, impedisce ai nostri encefali liquefatti di smoccolare giù dal naso. Ragion per cui, più la si stringe, più sarà performante. Il difetto è che, stringendola troppo, si rischia che diventi letale (in fin dei conti non è uno strumento di tortura, il nostro). Sicché, io suggerisco di applicare sempre della vaselina, in grande quantità se possibile&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;In testa, o sui bordi della cervelliera?&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Io dico in testa. Si avrà una calzata più confortevole&gt;&gt;.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/slowmindone.wordpress.com/690/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/slowmindone.wordpress.com/690/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/slowmindone.wordpress.com/690/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/slowmindone.wordpress.com/690/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/slowmindone.wordpress.com/690/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/slowmindone.wordpress.com/690/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/slowmindone.wordpress.com/690/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/slowmindone.wordpress.com/690/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/slowmindone.wordpress.com/690/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/slowmindone.wordpress.com/690/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/slowmindone.wordpress.com/690/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/slowmindone.wordpress.com/690/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/slowmindone.wordpress.com/690/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/slowmindone.wordpress.com/690/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=690&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>A Sta Per Altezza</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 21:43:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Polaread]]></category>
		<category><![CDATA[A sta per Altezza]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Schiavi]]></category>

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		<description><![CDATA[  Elisa Schiavi Il mio gatto si muove intorno, senza guardarmi. È  felice, lo sento. I baffi sono elettrici, la polvere della cucina vaga, come ad ispessire la mia noncuranza. Taglierò le verdure e starò bene attento a non fargli male coi miei pensieri. Io sono Mario. Sono alto meno di un metro e quaranta centimetri. A [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=670&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;">  <em>Elisa Schiavi</em></p>
<p style="text-align:left;">Il mio gatto si muove intorno, senza guardarmi. È  felice, lo sento. I baffi sono elettrici, la polvere della cucina vaga, come ad ispessire la mia noncuranza. Taglierò le verdure e starò bene attento a non fargli male coi miei pensieri.</p>
<p style="text-align:left;">Io sono Mario. Sono alto meno di un metro e quaranta centimetri. A volte importa, altre meno. Oggi ho deciso di no, di non pensarci e di non pensare. Ho una casa da bambola e porto vestiti da bambino. Sono piccolo e, ormai, non più giovane. Quando nacqui, qualcuno sorrise e quel sorriso rimase congelato in quella strana circostanza. Il figlio minore, il figlio più piccolo. Me la rido. La vita è buffa, spesso.</p>
<p>Ho una piccola pensione di invalidità (congenita, aggiungo io) e sono cattivo. L’handicap rende sempre feroci. Io ci dondolo nella ferocia, muovendo le mie gambette corte e malferme. Supero le file per dispetto, insisto per i posti a sedere sul bus, anche con le donne incinte e fingo di piangere per bere un cognac gratis.<br />
Una volta conobbi una donna, piccola ed infelice, normale nella sua piccolezza. Può essere una favola, può avere un lieto fine, ma io sono un nano e lei non stava bene. Vagava per la città, con gli occhi grandi, silenziosa e infagottata in un cappotto troppo colorato per lei e le sue ansie. Si perdeva per le strade e la cosa mi inquietò. Non poco. Mi incuriosì anche. Le offrì un thè caldo al bar dell’angolo: Signorina, la vedo smarrita. Lei rispose prontamente con un sorriso.<br />
Gli incontri si ripeterono. Ogni volta lo stesso dialogo e gli stessi cenni perché lei non aveva memoria. Teneva nella borsa un foglietto con la diagnosi e i recapiti telefonici di chi l’assisteva. Avrebbe dovuto mettersi un cartello con scritto: io non ho memoria.<br />
Facevamo una bella coppia, i ragazzini ci tiravano dietro i sassi, se non ne trovavano ripiegavano sulle noccioline. Lei dimenticava sempre che in quell’angolo c’erano loro ad aspettarci; una volta mi presentai a lei con un casco da motocicletta per proteggermi dai lanci e lei non si sorprese. Mi disse: ogni giorno mi sorprendo sempre, vederla così non mi meraviglia più di tanto eppure io sono sempre sorpresa. Era vero. Me la ricordo con gli occhi sempre sbarrati. Perfino nella bara. Come se fosse una festa o una tragedia improvvisa.<br />
Più di una volta mi volle vedere nudo. A quell’epoca io facevo culturismo. Vedere i suoi occhi fissi su di me dava soddisfazione. Gratificava. Era solo questo; ogni volta.<br />
Un giorno feci meno attenzione a ricordarle che il semaforo dell’incrocio accanto all’edicola non funzionava. A me è bastato così, tenere la ferocia soffocata per un poco.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/slowmindone.wordpress.com/670/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/slowmindone.wordpress.com/670/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/slowmindone.wordpress.com/670/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/slowmindone.wordpress.com/670/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/slowmindone.wordpress.com/670/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/slowmindone.wordpress.com/670/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/slowmindone.wordpress.com/670/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/slowmindone.wordpress.com/670/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/slowmindone.wordpress.com/670/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/slowmindone.wordpress.com/670/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/slowmindone.wordpress.com/670/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/slowmindone.wordpress.com/670/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/slowmindone.wordpress.com/670/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/slowmindone.wordpress.com/670/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=670&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Cubicolo</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 10:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[cubicolo]]></category>
		<category><![CDATA[elisa emiliani]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[slowmind]]></category>
		<category><![CDATA[slowmind one]]></category>

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		<description><![CDATA[Elisa Emiliani - Cubicolo! Si chiama cubicolo! - Continua pure a trastullarti con queste cazzate semantiche. La realtà è che vivi in un loculo. - Sarà anche un loculo, ma almeno è mio – rispose Diana con stizza. Era suo, lo possedeva quel loculo … cubicolo. I monolocali più venduti nell’ultimo decennio. In fondo quando [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=656&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em>Elisa Emiliani</em></p>
<p>- Cubicolo! Si chiama cubicolo!</p>
<p>- Continua pure a trastullarti con queste cazzate semantiche. La realtà è che vivi in un loculo.</p>
<p>- Sarà anche un loculo, ma almeno è mio – rispose Diana con stizza. Era suo, lo possedeva quel loculo … cubicolo.<br />
I monolocali più venduti nell’ultimo decennio. In fondo quando hai una consolle a realtà virtuale che te ne fai di un appartamento?</p>
<p>A dirla tutta ce l’aveva, un appartamento. Pagava 3 dollari al mese per mantenere uno spazio virtuale molto confortevole, con due camere da letto, cucina, salotto e bagno. Organizzava feste colossali, spendendo pochi centesimi per acquistare online qualche dose della nuova droga sintetica che stava spopolando sul network: la Seline_WBO-997. L’effetto era quello del J. D. d’importazione: leggera perdita di controllo muscolare, ebbrezza, disinibizione, frenesia sessuale.</p>
<p>A che le serviva un appartamento vero?<br />
Da quando aveva scoperto le droghe telematiche, Diana aveva smesso di pensare che l’interazione autentica fosse un lusso a cui aspirare. Che i ricchi tenessero pure i loro ricevimenti in appartamenti reali e polverosi, che importava?</p>
<p>Si diceva che quando un utente web riusciva ad ottenere nella realtà quello che aveva in rete fosse appagato. A Diana questa teoria non convinceva. I laboriosi informatici dei secoli passati avevano speso tempo e fatica per creare la Vita2, allora perché loro avrebbero dovuto a tutti i costi tentare di tornare a una situazione di Vita1? Che senso aveva?</p>
<p>I precipitati materiali non l’attiravano affatto.<br />
I bambini, per esempio. Che bisogno c’era di partorire con dolore un bambino vero quando sul web potevi averne una schiera gratis, sani e belli? E se ne veniva fuori uno che piangeva troppo potevi sempre regalarlo all’orfanotrofio V2 senza alcun rimorso di coscienza. Se invece fosse stato un bambino vero? Con che coraggio lo si sarebbe potuto abbandonare?</p>
<p>La realtà virtuale era migliore, senza dubbio più igienica.</p>
<p><a href="http://slowmindone.files.wordpress.com/2012/01/scarica-cubicolo-di-elisa-emiliani-in-formato-pdf.pdf">Scarica CUBICOLO di Elisa Emiliani in formato pdf.</a></p>
<p>oppure</p>
<p><span id="more-656"></span></p>
<p>- Non capisco perché sei tanto fiera di aver comprato un loculo. Ti giuro che mi sforzo, ma non lo capisco.</p>
<p>- Non lo capisci perché i Rib come te rifiutano il progresso, dev’essere congenito.</p>
<p>- Ciò non toglie che tu passi la vita a programmare palinsesti Vita2, in un appartamento Vita2 senza nessun reale contatto umano. E non ti lamenti neanche, sei contenta!</p>
<p>- Sì Vera, mi accontento. E’ una virtù.</p>
<p>- È solo che non hai le palle di confessare a te stessa che è inumano, ecco cosa.<br />
Ma perché doveva essere così insistente?</p>
<p>Era il momento dell’argomento Beta: &#8211; Ma senti, preferiresti essere un Beta? Eh? Loro hanno tutto lo spazio che vogliono, mi pare, ma non sono così felici.</p>
<p>- Almeno vivono in autentica tutto il tempo.</p>
<p>- E muoiono in autentica, molto presto.<br />
Quando nemmeno i Beta funzionavano non restava nulla da fare. Quando Vera arrivava a sostenere che era meglio vivere in schiavitù e morire a 30 anni piuttosto che rifugiarsi in rete, Diana non sapeva cosa rispondere, se non: &#8211; Dovresti provare la Seline ai prezzi virtuali, invece di strafarti di cocaina nel mondo reale.</p>
<p>- A che pro? Tanto il cervello ne risente comunque.</p>
<p>- Come a che pro? Costa meno, lo sballo è migliore e te lo godi in una casa grande, con degli amici. Potresti anche venire a una delle mie feste, tanto per cambiare, magari riusciresti a divertirti un po’.</p>
<p>Il simulacro della sorellastra stava impettito di fronte a Diana. No, non sarebbe mai venuta alle sue feste, le considerava immorali.</p>
<p>- È inutile che mi guardi così, fai presto tu, a casa di tuo padre, a giudicare.</p>
<p>- Poteva essere anche casa tua ma hai fatto la tua scelta. Ora non me lo rinfacciare.</p>
<p>Diana sedeva sul divano di fronte all’enorme schermo al plasma, guardando il Tg-V1.7 dal salotto V2. Poteva quasi sembrare un paradosso.</p>
<p>L’annunciatrice biondo platino invitava con voce suadente ad acquistare una consolle Vita2 di quarta generazione e realizzare tutti i propri desideri.</p>
<p>Diana aveva dimenticato il momento in cui telegiornale e pubblicità erano diventati la stessa cosa. Ricordava che il processo era iniziato col gossip. Probabilmente i network si erano resi conto che la pubblicità era più gradita al pubblico e pagava di più.</p>
<p>Cambiò canale, sintonizzandosi su un Tg-V2, il .12, che dava le notizie specifiche della sua città virtuale. C’era stato un altro omicidio in via Martiri della Libertà, vicino a casa sua.</p>
<p>Se qualcuno l’avesse uccisa, decise Diana, avrebbe scelto un corpo maschile e si sarebbe chiamata Dino. Ingerì una dose di Seline e si rilassò contro il comodo schienale in pelle del divano da 1.270 dollari virtuali e si apprestò a riflettere, sperando di trovare un’argomentazione che sconfiggesse le idee retrograde di sua sorella Vera.<br />
Ispirata dalla cronaca cittadina del giorno, decise di puntare sulla sicurezza. Era un fatto indiscutibile che da quando la V2 aveva preso piede il tasso di criminalità V1 fosse calato drasticamente. Perché? Semplice: tutte le attività illecite venivano svolte in V2, quindi non c’era più necessità di commetterli in V1. Certo, dal momento che in V2 si poteva avere solo un’identità alla volta e chi veniva pescato con le mani nel sacco veniva messo al gabbio, c’era la possibilità che chi si facesse prendere in V2 passasse poi ai crimini V1, ma c’era comunque una forte scrematura.</p>
<p>Secondo questo principio più pazzi omicidi stupratori criminali riuscivano a farla franca in V2, meno emigravano nella vita reale.</p>
<p>La domanda era: meglio essere stuprata in V1 o V2? Sicuramente in V2, senza ombra di dubbio.</p>
<p>- Ma quanto puoi essere idiota? – sbottò Vera, infastidita.</p>
<p>- Come sarebbe? – fede Diana stupita, rivolta al simulacro della sorella.</p>
<p>Vera non aveva un appartamento virtuale, perciò andava sempre a casa di Diana collegandosi a un V2-Point.</p>
<p>- Beh, sul fatto che ci siano meno omicidi ti do ragione. È vero. I crimini violenti sono calati molto.<br />
- E allora? Stiamo dicendo la stessa cosa mi pare.<br />
Vera si prese la testa tra le mani.</p>
<p>- Possibile che non ti accorgi? Non stiamo dicendo la stessa cosa. Tu ti fermi a un certo punto, senza andare avanti, Diana. Quand’è che sei diventata così?</p>
<p>- Così come?</p>
<p>- Così, priva di domande.</p>
<p>Diana corrugò la fronte. Lei si faceva un sacco di domande, solo che non si arrovellava più di tanto a trovare le risposte.</p>
<p>- Diciamo pure che non mi faccio domande, anche se è falso, Vera. Ma la cosa importante è che adesso io sono felice. Forse è per questo che non mi faccio troppi problemi. Potresti provare a vedere il bicchiere mezzo pieno, per una volta!</p>
<p>Il simulacro della sorella scattò in piedi con un movimento scomposto tipico di chi non è abituato alla leggerezza dei corpi V2: &#8211; Felice? Bicchiere mezzo pieno? Diana svegliati per favore! Non esistono bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti! Qui non esistono i maledetti bicchieri! Tu non ce l’hai nemmeno il dannato bicchiere, te ne rendi conto?</p>
<p>- Era un modo di dire – borbottò Diana, che iniziava a provare fastidio e voleva che Vera lasciasse il suo appartamento.</p>
<p>- Diana, ascoltami. Dici che in V1 ci sono meno omicidi, eccetera. Forse non frequenti abbastanza la vita reale …</p>
<p>- Vita1, la realtà è relativa.</p>
<p>- Oddio! Sei esasperante! Ascoltami per un attimo! Io vivo in … V1 molto più di te, e ti dico che sì, i crimini violenti sono calati, ma non ci sono nemmeno più dissidenti politici, non ci sono rivoluzioni … capisci cosa intendo? – chiese Vera guardandola di sottecchi.<br />
- Certo che capisco. Evidentemente la gente non ha più bisogno di spararsi per risolvere i problemi. La gente è felice, e non ha più motivo di lottare, ecco cosa. Quand’è che ti convincerai che la V2 è un enorme progresso della civiltà?</p>
<p>- Mai, non mi convincerò mai.</p>
<p>Vera odiava fare quei discorsi in V2. Sapeva perfettamente che il governo controllava la realtà virtuale. Avevano iniziato con le e-mail e i social network, e quando la gente era impazzita di frenesia V2 non doveva essergli sembrato vero. Potevano ascoltare ogni discorso, osservare ogni gesto. Più la gente passava il tempo in V2 e più era controllata, potenzialmente. Ogni volta che andava a trovare sua sorella correva un rischio, ma si diceva che le probabilità che qualche funzionario governativo stesse monitorando l’appartamento di Diana proprio in quel momento erano poche.</p>
<p>Dovette ricredersi quando vide irrompere dalla porta d’ingresso due poliziotti che afferrarono saldamente il suo corpo virtuale e la trascinarono fuori, declamando: - La dichiaro in arresto secondo il decreto ministeriale 78.V2.9/2787 approvato in data 4 febbraio 2787. Il suo simulacro virtuale sarà sottoposto a processo con l’accusa di istigazione alla rivolta. Il suo corpo fisico verrà posto in stasi per tutta la durata del procedimento legale e se previsto dalla sentenza del giudice per tutto il periodo di carcere.</p>
<p>- Che cosa? Per il periodo di carcere? Non mi prenda in giro, so benissimo che i reati V2 non hanno ripercussioni in V1. L’agente sogghignò: &#8211; Certo signorina, a meno che non sia un crimine contro la V2 stessa. Non lo sapeva? Eppure l’hanno passato tante volte sul Tg-V2.1, non lo segue?<br />
Vera si sentì gelare. No, certo che non lo seguiva.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/slowmindone.wordpress.com/656/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/slowmindone.wordpress.com/656/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/slowmindone.wordpress.com/656/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/slowmindone.wordpress.com/656/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/slowmindone.wordpress.com/656/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/slowmindone.wordpress.com/656/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/slowmindone.wordpress.com/656/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/slowmindone.wordpress.com/656/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/slowmindone.wordpress.com/656/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/slowmindone.wordpress.com/656/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/slowmindone.wordpress.com/656/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/slowmindone.wordpress.com/656/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/slowmindone.wordpress.com/656/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/slowmindone.wordpress.com/656/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=656&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Estrid</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 23:08:38 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Estrid]]></category>
		<category><![CDATA[Neisth]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Neisth Quello che più di tutto senti sia destinato a perdersi devi tramandarlo, almeno in parte, in qualsiasi modo tu conosca. Ho trovato oggi una vecchia scatola che tenevo su in soffitta, non ricordo neanche più da quanto, l&#8217;ho aperta e visto dentro, tante ce n&#8217;erano di cose da sembrare senza fondo. Ho tirato su [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=646&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em>Neisth</em></p>
<p>Quello che più di tutto senti sia destinato a perdersi devi tramandarlo, almeno in parte, in qualsiasi modo tu conosca. Ho trovato oggi una vecchia scatola che tenevo su in soffitta, non ricordo neanche più da quanto, l&#8217;ho aperta e visto dentro, tante ce n&#8217;erano di cose da sembrare senza fondo.<br />
Ho tirato su una decorazione natalizia in mezzo a tutto il resto. Sta tutta dentro in una mano, ha la forma di un cono, fragile intelaiatura rivestita solo di nastri colorati, con un gancio all&#8217;esterno perché si possa fuori appendere, magari ad una porta. Cerco nella mente in quale anno l&#8217;abbiamo insieme costruita, e se tutti i ricordi si confondono non lo fanno ancora i tuoi occhi scuri, un colore che certo non ho più visto in nessun altro, o solo non ho permesso a nessun altro di averlo. Ho in mano ora questi nastri colorati e mi sembra che più di ogni altra cosa sappiano raccontare la storia di tempi e di mani che si perdono lontano.</p>
<p>Mi ha insegnato mio padre a farle da bambina, mi hai detto. Erano gli anni Settanta e be&#8217;, non aveva un soldo, solo ingegno. Arrivò il Natale anche quell&#8217;anno e pensò di costruirsi delle decorazioni, senza una logica ragione, perché non aveva neanche un posto preciso dove metterle in effetti. Non doveva neanche avere una casa in quel periodo, ora che ci penso. È stato per tanto di quel tempo ospite di amici e ci mancò tanto così che neanche riuscisse a finire gli studi. C&#8217;è questo genere di cose che diventano quasi dei doveri da rispettare, a lungo andare, sono quelle che si dicono tradizioni credo, e che mai nessuna condizione ostacolerà il loro adempiersi; può anche mancare il necessario, eppure mai sparisce quel senso nascosto delle cose.</p>
<p><a href="http://slowmindone.files.wordpress.com/2011/12/scarica-estrid-di-neisth-in-pdf.pdf">Scarica ESTRID di Neisth in pdf.</a></p>
<p>oppure</p>
<p><span id="more-646"></span></p>
<p>Ciò che senti in quei momenti è un calore che somiglia a quello che cova nella cenere; del fuoco che lì coperto vi brucia quasi non ne vedi la luce e a tratti non lo senti, ma resiste e lì vivo si mantiene, tenuto vivo dalla dignità di ogni atto che anche nelle peggiori delle condizioni si conserva, immagineresti forse anche per anni. Chissà dove trovò qualche metro di nastro colorato e si inventò questo modo di intrecciarli come mai prima nessuno aveva fatto, deve averli regalati a qualcuno poi, mi piace pensare anche a mia madre se già si conoscevano, o solo appesi da qualche parte, forse solo nel suo zaino.</p>
<p>Vedi questi nastri come brillano, nessuno che ne venda di rossi in centro, li ho trovati solo nell&#8217;ultimo negozio della via, quando neanche più ci speravo. Mi piacerebbe poter insegnare come fare queste decorazioni a qualcuno. Lo so che sembra sciocco e tutto il resto, ma voglio tramandare questa cosa, voglio che qualcuno un giorno sappia ancora come farle. Ti andrebbe di imparare, mi hai chiesto.</p>
<p>Dei nastri che ti ho dato, hai detto, devi tagliarne dodici pezzi e poi dividerli a metà, ne abbiamo sei rossi e sei dorati. Metterli poi uno affianco all&#8217;altro, così, in orizzontale. Fai partire il primo alla tua destra e lo fai passare sotto gli altri, prima sopra e dopo sotto, sali poi in alto, prima sopra e dopo sotto. Eseguo ogni gesto come meglio posso e come mi dice, i suoi occhi scuri mi vengono sempre dietro. Sono impreciso, sbaglio, devo ricominciare dall&#8217;inizio. È semplice, mi dice. Semplice e difficile. Il primo sopra, l&#8217;altro sotto. Sopra le cose che si intrecciano, sotto quelle che cadono e più non le trovi, ma da sole sorreggono da sempre tutto il resto. La guardo intrecciare e scorrere le fila di questa ragnatela colorata, facendo passare con cura questi nastri prima sopra e dopo sotto, e poi ancora sopra e dopo sotto, tessere piano e con precisione una scacchiera dove regna sicurezza, e la trama è tanto fitta da non lasciar cadere niente, dove lì davvero stanno le cose e sempre si mantengono. La maglia si restringe a poco a poco, brevi diventano i tratti da percorrere fino a quando in una circonferenza tutti i punti si riuniscono chiudendosi, come fa il calore della stanza che ci circonda e che tiene lontano il freddo dell&#8217;inverno.</p>
<p>Ci ho pensato. Sono passati non meno di dieci anni, a fare degli anni il più veloce dei conti. Delle volte, ho ancora paura per lei per i giorni in cui la trama si spezzerà da qualche parte, succederà un giorno o è già successo, e io forse non lo saprò mai. Ne ho avuto da subito paura in realtà, ma non l&#8217;ho detto, sono rimasto in silenzio, ad occhi bassi. Mi immagino sarà allora lontana, come sempre da allora è stata. Dirà è difficile, e dimenticherà quanto invece è stato semplice; i passi che l&#8217;hanno portata dove adesso si trova spero siano sempre stati per lei come quei veloci salti sopra fibre di carta che la maestria delle sue dita senza fatica le hanno fatto fare.</p>
<p>Non ho idea di quanto ci sia di nostro nelle trame che ci vestono. Ancora, non so quale senso possano avere, né se ci sia un ordine preciso, e possono al fine neanche essere nostre, quelle dita che si muovono veloci sulla tela. Quello che ho sempre solo pensato, invece è che ci fosse nel modo in cui gli incastri arrivano a toccarsi, a respingersi o a combaciare un senso di risposta più profondo da indagare, insieme a quello che forse meno si conosce pur avendolo vissuto, quando la trama non si fa che prigione dove solo stanno resti di ricordi, ed il freddo dell&#8217;inverno li congela, conservandoli come gocce di rugiada.</p>
<p>Avrei forse preferito rivederla, fossi rimasto nel salto sopra delle cose che ancora vivo mi mantengono, eppure ancora adesso suona come un discorso come tanti.<br />
Ho tenuto la scatola sulle mie ginocchia per una mezz&#8217;ora, l&#8217;ho richiusa, e sono poi ridisceso. Il calore della stanza tiene ancora lontano il freddo dell&#8217;inverno.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/slowmindone.wordpress.com/646/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/slowmindone.wordpress.com/646/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/slowmindone.wordpress.com/646/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/slowmindone.wordpress.com/646/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/slowmindone.wordpress.com/646/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/slowmindone.wordpress.com/646/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/slowmindone.wordpress.com/646/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/slowmindone.wordpress.com/646/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/slowmindone.wordpress.com/646/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/slowmindone.wordpress.com/646/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/slowmindone.wordpress.com/646/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/slowmindone.wordpress.com/646/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/slowmindone.wordpress.com/646/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/slowmindone.wordpress.com/646/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=646&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Cam Girl In Japan</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 10:04:19 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Cam Girl In Japan]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Trocchia]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Francesco Trocchia I passi per strada si ammorbidivano sulla neve che scaldandosi si scioglieva riflettendo sulle finestre tutto intorno le luci evanescenti e stridule delle insegne al neon. Sushi e shochu. Sushi. E shochu. Solo questo in una squallida strada senza uscita e senza vita di Tokio. Il formicolare di una massa informe appassiva senza [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=634&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em>Francesco Trocchia</em></p>
<p style="text-align:center;">
<p>I passi per strada si ammorbidivano sulla neve che scaldandosi si scioglieva riflettendo sulle finestre tutto intorno le luci evanescenti e stridule delle insegne al neon. Sushi e shochu. Sushi. E shochu. Solo questo in una squallida strada senza uscita e senza vita di Tokio. Il formicolare di una massa informe appassiva senza bellezza man mano che ci si scostasse di qualche passo. Non si può dormire in questa città se non si hanno tende spesse due dita perché le luci gialle filtrano inondando le stanze della complessa paranoia dell’insonnia. Haru era lì, seduto su una poltrona imbottita nera, striata dagli anni e profumata del colore della pelle del suo padrone intento ad accendersi una sigaretta per prenderne due bei bocconi prima di spegnerla in un bicchiere sporco accanto a lui, lì da giorni. Stava cercando di smettere e non dormiva da giorni. C’erano troppe luci e non dormiva da anni. Aveva i nervi delle gengive che tiravano provocandogli continue fitte agli occhi e le lattine di bevande alla caffeina ripiegate su loro stesse e gettate tutte intorno non facevano altro che indurirgli il cazzo e fargli scoppiare la testa. Per di più continuava dal primo pomeriggio a leggere fumetti in cui donne nude metà umane e metà aliene venivano sodomizzate a turno dalle menti degli umanoidi di un pianeta lontano: erano 7 ore di erezioni e pantaloni gonfi ed accarezzamenti delle punte dei capelli, lunghi fino alle spalle e macchiati di verde acido proprio come suo padre temeva, proprio come suo padre non voleva. Il vecchio Izumo era all’antica, pensava Haru: non ascoltava i “Church of misery”, non chiedeva il perché, non sapeva il perché.</p>
<p>I neon sghignazzavano oltre le tende sottili e i vetri spessi e gelidi quanto i sorrisi di Haru i cui passi scivolati a terra tamponavano umidificando il legno scuro per i calzini bianchi appena sudati. L’aria odorava di trepidazione che anche i graffi sul divano rattrappivano, sembrava il respiro pesante del vino scadente, sembrava l’ora che si illuminava su un timer digitale all’angolo opposto della stanza, sembrava il soffice sbiadire di un evidenziatore sugli annunci di lavoro nei giornali disordinatamente sparpagliati sul pavimento. Lavapiatti 72mila yen. Guardiano notturno in un parcheggio del centro 80 mila yen. Cam girl, dipende da te.</p>
<p><a href="http://slowmindone.files.wordpress.com/2011/12/scarica-cam-girl-in-japan-di-francesco-trocchia-in-pdf.pdf">Scarica CAM GIRL IN JAPAN di Francesco Trocchia in pdf.</a></p>
<p>oppure</p>
<p><span id="more-634"></span></p>
<p>Le punte dei piedi premevano sul torpore sonnolento del pavimento mentre i polpacci dondolavano su e giù nell’attesa che il computer si accendesse. Quel blimp che rassicurò le gambe e la lingua mentre ammorbidiva le labbra e infervorava il basso ventre. E via ridacchiando nell’apotropaico e asmatico paludoso mondo delle sabbie mobili del web alla ricerca di carne fresca, di un tocco malizioso a basso costo per depurarsi la mente e comprarsi un pezzo buono di inferno. Questo Haru lo sapeva bene ma semplicemente il cazzo gonfiava i pantaloni e si trovava senza indecisioni a picchiare sui tasti per otto semplici battiture: cam girl. Qui, lo sguardo giace, trema e sofficemente diventa cupo. Il mondo si sventrava come non nulla, srotolando e spargendo tutto ciò che custodiva: Jenny, Francine, Anna, Johana, Shama, Haniko e la povera Sonoko. Tutto in questo mondo ha un suo costo ed il pantalone gonfio di Haru aveva il suo, Sonoko lo avrebbe presto scoperto; sarebbe bastato solo inserire quelle 13 cifre e dimenticare tutto il giorno dopo ridendo come se nulla fosse accaduto. «Sei mia per 30 minuti dice il contratto, ti sento già, l’odore del tuo soffio congelare il mio sguardo sui tuoi seni piccoli che saltano. Dimmi perché non dovrei comprare il tuo fetido amore, Sonoko mia.» pensava Haru. Il respiro si arrabbiava di solitudine al punto che gli occhi piangevano da soli mentre il volto sorridente di una piccola e fragile e maledettamente donna Sonoko abbagliava la mente di Haru. La sentiva sua, al modico prezzo di 5 mila yen. È sua per 30 minuti, è sua e senza segreti. Non c’era che da chiedere e il pantalone gonfio parlava la stessa lingua, e parlava fottutamente bene.</p>
<p>Un’intera vita a chiedersi cosa fosse la gratitudine e bastarono 5 mila yen per comprenderne il cuore al nevrotico Haru, il sorriso dell’anima che rideva di lui, quei denti che riflettevano solo un semplice nulla e lo sguardo che gli stringeva forte il collo lasciandolo senza fiato. Senza fiato, senza una parola e con un pantalone che scoppiava quando fuori la notte vagava tutto intorno sola con i suoi perché, gli stessi che Haru si poneva senza riuscire a pronunciarli mentre Sonoko mostrava sé stessa senza il velo dell’illusione: è il mondo che si vende a 5 mila yen per quanto uno possa non cercarlo. Gli occhi su quei seni che tramortivano i sensi nel loro inturgidirsi, le mani carnose che sbiancavano la pelle al loro passaggio prima di coprire timidamente l’ombelico, ammiccando, desiderando e tramontando ogni supplica che potesse venire dall’altra parte. Stolto Haru, stolto e muto e silenzioso lì sulla sua sedia da pochi yen, meno di quelli con cui riuscì a trovare Sonoko ed il suo sesso in cui stava lentamente entrando. Ed il pantalone gonfio. Ancora e ancora di più. Lo sguardo che scattava sul monitor e i battiti di ciglia a 56k, sembrava che tutto si stesse facendo di meth: l’eccitazione di Haru per quei violenti e graffianti freeze della web cam che spargevano quel sexy retrò che lo mandavano in paranoia impedendogli di slacciarsi la cintura ed urlare come avrebbe voluto: riusciva solo ad irrigidirsi ad ogni respiro che inghiottiva, scattando anche lui a 56k come la sua web cam che osservava ormai da più di venti minuti. Stolto Aku, prenditela, è la tua Sonoko. Prenditela, hai solo 5 minuti ancora perché come ti insegnano le pubblicità anche l’amore ha un tempo ed il tuo,Haru, sta scadendo.</p>
<p>Sonoko si arrampicava sulla sua lingua che si torceva lasciando immaginare che fosse tutto il suo candido corpo a torcersi, affusolandosi fino a culminare in quelle ciglia che portavano direttamente a Dio nell’alto dei cieli ed imprimendo forza al sole per sorgere ancora e ancora perché di queste notti Haru ne aveva la stanchezza accumulata sotto gli occhi che arrossivano impietriti, lì seduti sulla sedia da pochi yen ad innamorarsi del corpo più suo che avesse mai trovato. Senza riuscire a dire una parola, senza riuscire a slacciarsi la cintura, senza riuscire a farsi uscire un paio di lacrime, senza sé stesso che chissà dove stesse vagando in quell’istante. Stupido e stolto Haru dovevi prendertela la tua amata, scaraventarti in quello schermo e crederci e farci l’amore senza trattenerti le lacrime in fondo all’anima sbiancata e sporca di quei neon che trasparivano sempre dalle tue tende oltre il vetro per quella strada semi morta nel vuoto di Tokio. Un mondo intero tutto intorno e l’aveva trovata, sua per mezzora circa, sua per pochi yen, sua a modo suo come si usa in questo mondo. Poi Sonoko si rimisi a sedere guardando nel centro del vuoto cuore di Haru sparandogli dritto in fronte, in mezzo agli occhi un appena sussurrato bacio che sviscerava via col suo soffio che lo stolto Haru immaginava profumasse di fragole. Poi così, quasi un buco in una cascata, lo schermo tornò nero come l’umore di tutta quella stanza che ammuffiva nei pensieri del povero Haru. In quella notte sempre nera senza stelle, chi le aveva prese quelle stelle, chi gli aveva rubato la vita concedendogli mezzora appena di midollo, chi?</p>
<p>Stolto Haru, stolto e stupido ragazzo giovane che invecchiava su quella sedia poco costosa che come bara valeva poco o nulla; stolto perché si stava convincendo di averla vista piangere per qualche istante, immaginandosi di averla avuta e di averla lì domani. Stolti e stupidi yen che ti illudono di comprare ciò che il mondo non sa offrire: la neve di fuori per strada, l’autocelebrativa notte stellata delle campagne del Giappone, il vuoto del silenzio nella stanza di un motel come è tutta la città di Tokio, l’odio di Sonoko ed il suo triste amore. Stolto Aku.<br />
Ci provò. Si alzò, col cappotto addosso mise il piede sinistro sui fiocchi freschi accorgendosi che le sue lacrime non sapevano sciogliere la neve. Quanto freddo potesse contenere l’anima di Haru, si chiedeva tutto il mondo senza sapere chi fosse questo Haru. Il suo volto scuriva mentre rientrando si gettava sulla sua poltrona accarezzando i solchi della pelle. E i muri sembravano sempre mosaici di quelle luci al neon che la neve che lo aveva umiliato rifletteva.<br />
Tokio sapeva essere gelida come città.</p>
<p>Stolto Haru.</p>
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		<title>Trent&#8217;Anni</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 22:03:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[feninno]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[trent'anni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nicola Feninno I. Erano passate otto ore e trenta minuti ed ero ancora in coda, fermo, inchiodato con l’automobile ad un metro quadrato d’asfalto. Avevo avuto tutto il tempo di attraversare una variegata serie di fasi emotive: mi ero stupito, avevo ingolfato la mente di dubbi e speranze, simulato una ferrea calma, mi ero incazzato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=626&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;" align="center"><em>Nicola Feninno</em></p>
<p><strong>I.</strong></p>
<p>Erano passate otto ore e trenta minuti ed ero ancora in coda, fermo, inchiodato con l’automobile ad un metro quadrato d’asfalto. Avevo avuto tutto il tempo di attraversare una variegata serie di fasi emotive: mi ero stupito, avevo ingolfato la mente di dubbi e speranze, simulato una ferrea calma, mi ero incazzato come una furia, mi ero alienato. Avevo recuperato lucidità col solo risultato di aumentare l’incazzatura; poi mi sono rassegnato, stancamente, una rassegnazione ascetica e composta. Diciamo che alla fine ho elaborato il lutto: ho accettato il fatto di essere incappato nella coda più lunga della storia delle autostrade e tangenziali italiane.</p>
<p>Sono bloccato, immobile. Non sto combinando nulla. Proprio maledettamente nulla. Da otto ore e più di trenta minuti. Sto perdendo tempo. Un sacco di tempo. Ma – ecco la svolta! – ogni ora è vita: insomma, intendo dire, il tempo scorre sempre allo stesso modo. E’ un fatto oggettivo. Sì, certo, poi ci sono le varie poetiche cazzate sul fatto che il tempo si allunga, corre,  procede a saltelli, vola, si arresta in un attimo infinito, eccetera eccetera eccetera. Ma – appunto – considerate lucidamente, sono tutte cazzate.</p>
<p><a href="http://slowmindone.files.wordpress.com/2011/12/scarica-trentanni-di-nicola-feninno-in-pdf.pdf">Scarica TRENT&#8217;ANNI di Nicola Feninno in pdf.</a></p>
<p>oppure</p>
<p><span id="more-626"></span></p>
<p>Venendo al dunque: in queste sette, otto ore di coda io sono perfettamente vivo, allo stesso identico modo in cui sarei vivo in qualsiasi altra situazione. Vivo come quando taglio l’erba in giardino: magari il primo taglio dell’anno in una domenica di sole, in primavera; si sente l’odore caldo dell’erba, ormai il grosso del lavoro è alle spalle, il sole si avvicina al tramonto, tu hai fame – una fame che ti sei meritato – e in casa ti stanno preparando la cena. È la stessa cosa: ora sono vivo allo stesso modo.<br />
Sette otto dieci venti venticinque ore di coda scorrono esattamente come quando bevi una birra ghiacciata con gli amici, seduto ad uno di quei tavoli che le sere d’estate invadono i marciapiedi, quando un filo di vento sembra fermare il tempo e tu potresti stare lì, in eterno, con la tua birra ghiacciata e il tuo corpo che non sente né caldo né freddo. La stessa identica vita. Lo stesso identico scorrere di secondi, minuti, ore.<br />
In macchina avevo solo un paio di bottigliette d’acqua, ormai calda. Un paio di bottigliette d’acqua sempre più calda. Ma il tempo scorreva: ore, minuti, secondi. Nessuna anomalia. Il sangue mi fluiva nelle vene e nelle arterie, l’aria entrava nei polmoni nei bronchi bronchioli alveoli, poi le particelle di ossigeno hanno fatto il loro ingresso nel flusso circolatorio e poi da capo: espirazione ed inspirazione. Tutto in regola. Avrei potuto persino essere felice in quel cubo di latta: si trattava solo di trovare un modo – un modo come un altro – per innalzare il livello di endorfine prodotte dal sistema nervoso centrale.</p>
<p>Cosa cazzo sarà successo poi !! Otto fottute ore e mezza di coda! Mi viene voglia di scendere dalla macchina. Di scendere e prendere a calci tutte le altre macchine di merda. E crearmi un varco a calci tra tutti questi stronzi. E magari un paio di calci nel culo anche a quei coglioni della protezione civile, coi loro ridicoli cappellini e i loro stronzissimi sorrisi anti-panico e che non sanno mai un cazzo di niente, solo che è tutto sotto controllo e che non dobbiamo perdere la calma e che a breve si risolverà tutto e che a breve porteranno le loro merdose bottigliette d’acqua calda. E tu invece vorresti prendere il loro ridicolo cappellino, arrotolarlo, con calma, e infilarlo nel loro maledetto flemmatico culo e poi fermarti a guardarli, sfoderare uno splendente sorriso anti-panico e sussurrargli dolcemente “E’ tutto sotto controllo.”</p>
<p>Fuori intanto si sta facendo buio.<br />
“Silvia, senti, stavo pensando … è vero siamo in coda, è una rottura di palle terrificante, però vedi, la vita qui, dentro l’automobile, bloccati, insomma … è sempre vita. Cioè, intendo, il tempo scorre allo stesso identico modo di quando …”<br />
“Smettila di dire cazzate.”</p>
<p>Aveva interrotto l’esposizione della filosofia che avevo appena elaborato nelle pieghe accaldate del mio cervello. E aveva un sorriso stupendo. Le sue labbra erano sottili; amo il modo imperfetto in cui si chiudono quando sorride. E’ come se qualcuno gliele tenesse leggermente sollevate ai due lati. Ho spento la radio. L’ho afferrata per il collo sudato e l’ho baciata. Con forza. Adoro l’imprevedibilità della sua lingua. L’impertinenza disarmante con cui traccia percorsi inaspettati nella mia bocca mi fa uscire di testa. E’ strisciante, profondamente eccitante. Con gli occhi chiusi ho cercato il suo labbro inferiore e l’ho stretto piano tra i denti. Poi ho aperto gli occhi: ho iniziato a fissarla intensamente, quasi trattenendo il respiro – vorrei affogare nel centro di quelle pupille, vorrei perdermi in quel nero – continuavo a fissarla, continuavo a trattenere il respiro. La mia mano ha iniziato a scivolare, leggera, sulla pelle sudata della sua coscia. Sempre più su. Sentivo i sussulti impercettibili della sua pelle. La mia mano strisciava leggera, sicura, verso l’orlo della gonna. L’ho vista trattenere un tremito negli occhi: non li ha chiusi. E ha continuato a fissarmi. Abbiamo fatto l’amore. Lentamente. Con forza.</p>
<p><strong>II.</strong></p>
<p>Ero nudo, svuotato, stanco e ancora più accaldato. La coda non si era mossa di un millimetro. Dovevano essere le nove o le dieci di sera.<br />
Chissà se le automobili intorno si erano godute lo spettacolo?<br />
Forse era troppo buio; e poi i vetri si sono appannati in fretta … comunque avevo una tremenda voglia di fumare una sigaretta, ed ero rimasto senza: chi avrebbe pensato di rimanere intrappolato nella maledettissima tangenziale l’intera maledettissima giornata?!<br />
Ok, stai calmo. Dev’essere il calo verticale di adrenalina, è normale nel post-orgasmo: è la nicotina nel sangue che pretende i rinforzi. Poi c’è lo stress da spazio ridotto, quello che hanno studiato negli astronauti. Ok, respira. Chiudi gli occhi.<br />
“Magari è la volta buona che smetti!” la voce di Silvia.<br />
Stai calmo: Silvia è la tua ragazza. È bellissima. Le sigarette sono foglie secche di tabacco di pessima qualità che qualche macchinario sporco e rumoroso ha arrotolato intorno a della carta o a qualche altra schifezza. Respira. Sei un uomo. Un <em>homo sapiens</em> come te ha dipinto la volta della cappella sistina sdraiato su delle assi di legno, forse era persino estate e di sicuro non c’era l’aria condizionata; poi si sa che vicino al soffitto fa ancora più caldo. Quindi calmati: sei di una specie evoluta, puoi resistere alla voglia di dar fuoco a un rotolino di carta e foglie. E di respirare a pieni polmoni quel fumo avvolgente e poi di buttarlo fuori, piano, dolcemente, socchiudendo appena le labbra, buttare fuori quel fumo avvolgente adeguando il soffio al ritmo lento del tuo respiro.<br />
“Ti amo” ancora la voce di Silvia.<br />
La guardai. Sembrava la prima volta che sussurrava quelle parole. Era raggiante. D’un tratto dimenticai tutto: mi sentivo felice.<br />
“Ti amo anch’io”.<br />
“Devo dirti una cosa”.<br />
Sembrava non poter contenere la forza del suo sorriso tra le pieghe del volto. Qualche piccola ruga si affacciava sotto i suoi occhi. L’ho notato in quel momento, per la prima volta. È stato uno di quei momenti in cui sai con certezza che a trent’anni sei più felice che a sedici.<br />
Silvia stava per parlare di nuovo. Io l’ho baciata. Addosso aveva solo il telo che teniamo sui sedili posteriori. Ho scoperto piano ogni centimetro del suo corpo: ogni istante un nuovo centimetro di pelle nuda da toccare, da baciare. Avrei voluto possedere ogni sua cellula, abitare ogni suo vuoto. Avrei voluto essere il suo sangue, i suoi occhi, il suo respiro.<br />
In un attimo è scomparso tutto: c’ero solo io che mi scavavo con forza un varco dentro il suo corpo. E lei che mi faceva entrare, assetata, così sprofondata in se stessa da fare quasi terrore. Abbiamo fatto di nuovo l’amore. E anche il tempo – coi suoi secondi minuti ore – è sembrato scomparire.</p>
<p><strong>III.</strong></p>
<p>“Ricordi? Devo dirti una cosa”.<br />
“Ti amo Silvia”. In quel momento ero così inerte e felice che avrebbe potuto dirmi qualsiasi cosa, anche confidarmi che il suo sogno erotico era il papa vestito solo con una papalina rossa a coprirgli le pudenda.<br />
“Sono incinta”.</p>
<p><strong>IV.</strong></p>
<p>Stella! Ho sempre pensato che Stella fosse un bel nome. O anche Paola. O Eva, se non fosse per quella storia della mela. Forse Stella rimane in vetta alle mie preferenze … Stella la monella! Stella la più bella! Stella bella come una modella! Stella … Stella … Stella … Stella tapparella? La Stella più luminosa! La Stella del suo papà! Calma: e se fosse un bambino? Beh a questo non ho proprio pensato. Un maschio, col suo pisellino, con tutta la sua vita davanti, puro, innocente. Lo vedo che nasce, piangendo, urlando, viene alla luce con gli occhi chiusi e poi li apre, guarda la sua mamma e guarda me, il suo papà. Potresti soffocarlo con due dita. Lui nasce –coperto di sangue – e il mondo è già lì, pronto ad essere maneggiato da lui che ancora non ne sa nulla, pronto a inghiottirlo, a sballottarlo nella serie infinita dei giorni. Nasce, apre gli occhi, mi guarda e sembra saperne qualcuna più di me, sembra guardarmi con lo stesso sguardo di mio padre quella volta che mi sospesero da scuola: in gita avevo bevuto troppo.</p>
<p>Cosa vogliono questi stronzi? Cos’hanno da guardare? No, non sono della protezione civile! Si staranno chiedendo perché cammino tra le macchine ferme in coda. Perché mi va. Penseranno che sono strano. Strano?! E io penso che siano strani i cinquanta chili di troppo di tua moglie e che i tuoi figli seduti lì dietro ti odieranno con tutte le loro forze appena cresceranno un po’: strano vero? Forse neanche troppo, in fondo. Dimmi: hai grandi progetti su di loro, vero? Sì, sto parlando dei tuoi figli: t’immagino che sogni per loro quello che tu non hai avuto il coraggio di vivere. Ma loro ti fotteranno. Si libereranno dei tuoi sogni proprio quando meno te lo aspetti, proprio quando giureresti che ormai è fatta, ad un passo dal traguardo: il tuo traguardo per loro. Ti guarderanno dritto nelle palle dei tuoi occhi stanchi e prenderanno la loro strada. E falliranno coltivando le loro illusioni o forse – chissà!? – taglieranno il loro traguardo e saranno felici e tu sarai lì: puoi solo guardare. Solo uno spettatore. Sarai capace di essere felice, semplicemente felice per loro? Ne sarai capace? Bravo: fai finta di non aver sentito nulla. Ti capisco. Vuoi ancora sapere perché cammino? È quello che mi va di fare: camminare tra le macchine ferme in coda.</p>
<p>Non c’è luna stanotte. C’è un’afa terribile. E neanche un soffio sottile di vento. Il tempo scorre al rallentatore, sembra appesantito, affaticato dalla calura.<br />
Continuerò a camminare finché non avrò capito perfettamente il perché. La causa. La causa di questa assurda interminabile coda. Giuro: non mi fermerò, dovessi trascinarmi tutta la notte.<br />
Una coda così è inspiegabile. Una coda di dodici tredici quattordici ventitré ore! Non è giusto. Non è mai successo. Ma una maledetta spiegazione deve pur esserci. La troverò, dovessi consumarmi le suole delle scarpe su questo maledetto asfalto. Silvia – credimi – mi dispiace. Credimi, ti amo. Non avrei voluto restare in silenzio dopo quelle parole. Ricordo i singoli movimenti delle tue labbra sottili, ricordo perfettamente come si flettevano e s’inarcavano: “sono incinta”. Non avrei voluto rivestirmi senza guardarti. Non avrei voluto aprire la portiera in silenzio e scendere, in silenzio, e poi iniziare a camminare senza voltarmi. Non avrei voluto. Ma non avevo scelta: devo capire il perché. Capisci? Da dove nasce tutto questo. Dev’esserci un perché, Silvia. Una motivazione straordinaria. Assolutamente fuori dal comune. È tutto così inspiegabilmente più grande di noi. Ma io voglio capire. Continuerò a camminare, per ore, per tutta la notte, per due o tre giorni se necessario. E prima o poi ci sarà la prima fila di macchine, le prime macchine ad essersi fermate, e proprio davanti ai loro parabrezza la causa, la spiegazione degli inspiegabili chilometri di coda. La causa di tutto capisci? Qui non c’entra Dio, qui non c’entra nulla di superiore trascendente insondabile, qui la causa è concreta. Eppure guarda i volti di tutti questi uomini, di tutte queste donne, fermi in coda, prigionieri di un agglomerato di lamiere colorate, inerti, rassegnati come fosse il giorno del giudizio. S’illudono. S’illudono che tutto ciò sia ineluttabile, un decreto del destino. E invece no – cazzo! – tutto questo ha una causa concreta, visibile palpabile comprensibile. Ma tutti loro restano lì, inchiodati ai loro sedili, a torturarsi per cercare un modo per non pensarci, restano lì a raggrinzire immobili. Non riesco a guardarli negli occhi: vedo il vuoto, mi fanno paura. Io non sono come loro, Silvia. Perdonami. Io devo camminare. Devo camminare fino in fondo, fino all’inizio di tutto. Io devo capire.</p>
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		<title>Il Biscotto Postmoderno</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 13:41:38 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[ Marco Lavighe Quando con il biscotto ai quattro sapori sbancammo la fiera dolciaria di Isonzo, aggiudicandoci l’ambito premio Frollo, la Curan, il nostro biscottificio, per riconoscenza ci omaggiò con due settimane di vacanza in Messico, tutto spesato: volo, trasporto dall’aeroporto al resort con tre minivan privati, sfarzose stanze singole vista piscina, bevande e cibo in [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=613&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;" align="center"> <em>Marco Lavighe</em></p>
<p>Quando con il biscotto ai quattro sapori sbancammo la fiera dolciaria di Isonzo, aggiudicandoci l’ambito premio Frollo, la Curan, il nostro biscottificio, per riconoscenza ci omaggiò con due settimane di vacanza in Messico, tutto spesato: volo, trasporto dall’aeroporto al resort con tre minivan privati, sfarzose stanze singole vista piscina, bevande e cibo in forma illimitata, eccitanti escursioni a piacimento. Come era giusto che fosse, non facemmo complimenti; il nostro biscotto aveva sbaragliato la concorrenza lasciando allibita un’intera giuria di esperti, la Curan ne aveva ben donde di viziarci e ricompensarci. E così, le due settimane messicane trascorsero magnificamente, volarono, come si suole dire quando ci si diverte e si sta bene in compagnia. Balli di gruppo protratti fino all’alba, pantagrueliche abbuffate di enchiladas e fajitas, tumultuose sbronze di tequila, rigeneranti sport acquatici di ogni risma, partitelle a pallone su finissima sabbia bianca, tour alla scoperta del Messico da lasciare senza fiato.<br />
Insomma, un’opulenza che solo in pochi tra noi avevano avuto occasione di sperimentare prima di allora. Non ci fu richiesta lasciata insoddisfatta, neppure quella, formulata dai più irrequieti, di trascorre una o due serate tra le braccia di qualche bel donnino di laggiù. La Curan aveva pensato anche a questo.</p>
<p><a href="http://slowmindone.files.wordpress.com/2011/11/scarica-il-biscotto-postmoderno-di-marco-lavighe-in-pdf.pdf">Scarica IL BISCOTTO POSTMODERNO di Marco Lavighe in pdf.</a></p>
<p>oppure</p>
<p><span id="more-613"></span></p>
<p>Quando due domeniche dopo, senza farci caso, ci ritrovammo di nuovo sull’aereo, diretti in Italia, più che un gruppo di maturi quarantenni ricordavamo una scolaresca di ragazzini col singhiozzo, la cui prima gita senza genitori, la prima boccata di libertà, era finita anzitempo.<br />
Gli enormi cappelli che ci appiopparono entrando in aeroporto, li portammo tutti allo stesso modo, abbassati a coprirci il viso. Non per farci ombra e riposare, come l’apparenza lasciava credere e come era in uso tra i messicani, ma nella speranza di celare, sotto quelle larghe falde, il senso di tristezza e commozione che ci aveva sorpreso, prematuramente, già in volo.</p>
<p>Rientrammo a Malpensa che era notte. Il rimpianto di essere partiti cedeva ora il passo alla consapevolezza di ciò che avevamo fatto e vissuto insieme.<br />
Eravamo ingrassati di qualche chilo, le nostre facce per una buona volta apparivano riposate, l’intesa tra di noi  si era rafforzata. Inoltre, restava l’abbronzatura: finché fosse durata potevamo atteggiarci, coi nostri conoscenti, da ricchi borghesi, passare cioè per quei privilegiati che hanno i mezzi e la facoltà di recarsi al mare anche in inverno.<br />
Talmente attizzati dalla prospettiva, non badammo neppure che da lì a poche ore ci attendeva il nostro lavoro. Del resto, era un piacere rimettersi all’opera dopo una riconoscenza simile. Io per primo, se l’indomani avessi incontrato l’ingegner Amalasunta, ceo della Curan, non avrei indugiato un secondo a stringergli la mano, pieno di gratitudine com’ero.</p>
<p>Ci ritrovammo in sede, la mattina seguente, con venti minuti di anticipo sull’orario previsto. Era più che giusto mostrar loro lo stesso tatto usato nei nostri confronti.<br />
Per certi versi, vederci lì in quello spiazzo fu come prorogare le nostre vacanze. Non faceva in tempo a raggiungerci un compagno, quello eravamo diventati ormai – compagni &#8211; nel senso più verginale del termine, che partiva un carosello di abbracci calorosi e sonore pacche d’affetto, come se non lo vedessimo da anni. Capita sempre così quando si fraternizza lontano da casa.<br />
Sul volto, avevamo stampato tutti l’identico sorrisone bonario e ci accomunava la smania di raccontare nel dettaglio l’accoglienza ricevuta una volta riuniti alle nostre famiglie. In più, si avvertiva chiaramente nell’aria una voglia, una frenesia quasi, di ricominciare uniti e vincere anche l’anno prossimo il premio Frollo.<br />
Avremmo sfornato un super biscotto, senz’altro.<br />
Tra risate e aneddoti, le lancette dell’orologio scivolarono alle nove e un quarto. I cancelli della Curan erano ancora chiusi. Che per un malinteso prevedevano il nostro rientro la settimana successiva?<br />
Ridemmo di gusto a questa ipotesi, e giù altre pacche e aneddoti e grida.<br />
“Si torna nel Messico” urlai dalla gioia.</p>
<p>A questo schiamazzo, da una delle finestre dell’ultimo piano si affacciò l’ingegner Amalasunta.<br />
“Che strillate laggiù?”<br />
“E’ l’ingegnere, è l’ingegnere” feci io “dai su’, un bel plauso per l’ingegnere, tutti assieme”<br />
Partì un lungo applauso frammisto a invocazioni inneggianti la magnificenza della Curan.<br />
“Per la miseria, figli d’un can, la volete smettere! Non avete letto l’avviso” tuonò l’ingegner Amalasunta, inviperito.<br />
Silenzio.<br />
Mi avvicinai al cancello, individuai l’avviso e lo lessi tra me e me.</p>
<p><em><span style="text-decoration:underline;">Cari dipendenti, l’economia stagnate e il rincaro dei prezzi come segue: lievito + 30% ; uova + 20%; burro di pasticceria +30 %, ci hanno portato a una dolorosa decisione: l’impianto manifatturiero della Curan chiude con effetto immediato. Grazie per la vostra devozione. Il biscotto ai quattro sapori resterà per sempre nella gloriosa storia di questa industria, così come il ricordo di chi amorevolmente lo ha concepito e creato. </span></em><br />
<em><span style="text-decoration:underline;">Con licenzioso affetto, Ingegner Amalasunta.</span></em><em> </em></p>
<p><em></em><br />
L’abbronzatura sbiadì in un istante. Mi ricordai della cena organizzata per festeggiare il primo biscotto ai quattro sapori sfornato. Dal palchetto dove sedevano i dirigenti qualcuno, annunciando un brindisi, intonò:<br />
“Perché tutto è stato inventato ” e noi dallo stanzone belando in coro: “Per cui tutto è possibile ”.<br />
Già.</p>
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		<title>Tre Bicchieri</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 19:37:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[riccardo fraddosio]]></category>

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		<description><![CDATA[Riccardo Fraddosio Luca Saltuzzi partì alla scoperta del mondo, per vedere ogni luogo della terra: dall’Europa all’Africa fino all’Asia e alle Americhe. Dopo i primi anni però si ricredette, ritenendo la sua un’impresa impossibile. Nel cammino incontrò poeti, scienziati, sofisti e filosofi che gli insegnarono l’arte del ragionamento. Imparò a riflettere su ogni cosa, mettendo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=600&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em>Riccardo Fraddosio</em></p>
<p>Luca Saltuzzi partì alla scoperta del mondo, per vedere ogni luogo della terra: dall’Europa all’Africa fino all’Asia e alle Americhe. Dopo i primi anni però si ricredette, ritenendo la sua un’impresa impossibile.<br />
Nel cammino incontrò poeti, scienziati, sofisti e filosofi che gli insegnarono l’arte del ragionamento. Imparò a riflettere su ogni cosa, mettendo al vaglio della logica tutte le sue convinzioni originarie. Un giorno si disse che in un tempo infinito era impossibile percorrere uno spazio illimitato, e con questo pensiero sancì la fine del suo viaggio.<br />
Si fermò a bere a un ruscello. I suoni della foresta si traducevano in una melodia dolce, in un frusciare sottile. Si guardò riflesso nello specchio d’acqua e pensò che in quei cinque anni si era fatto uomo: adesso aveva la barba, che gli conferiva un aspetto ieratico; i suoi lineamenti si erano induriti e i muscoli rafforzati. Chissà se Martina, la sua promessa sposa, l’avrebbe riconosciuto subito. In cuor suo sapeva che al paese gli avrebbero riservato un’accoglienza festosa. Era il suo grande ritorno.<br />
Non fu facile ritrovare la strada di casa. La riconobbe dal mutare della vegetazione, che diventava sempre più verde e intricata. Anche gli animali erano diversi: avevano meno paura degli uomini, come se non conoscessero la loro vocazione alla distruzione. Dopo qualche mese, giunto al vertice di una collina, vide comparire di fronte a sé il paese natale. La vecchia chiesa gli si stagliava dinnanzi simile a una grande montagna. Sembrava eternata in un dipinto. Ai suoi lati c’erano le casette degli abitanti del borgo. La gente era sulle strade a passeggio.<br />
La fattoria di famiglia si trovava poco prima del paese. Lì, da sola, viveva la madre; le sorelle si erano sposate ed erano partite lontano, il padre era morto durante la sua assenza.<br />
Luca smontò da cavallo, un purosangue arabo comprato nelle terre del Sud. Mentre lo legava alla staccionata, il vecchio cane gli venne incontro: non sembrava invecchiato di un solo anno. Tutto in effetti era rimasto immutato, come se il tempo non fosse trascorso.</p>
<p><a href="http://slowmindone.files.wordpress.com/2011/11/tre-bicchieri-riccardo-fraddosio.pdf">Scarica TRE BICCHIERI di Riccardo Fraddosio in pdf.</a></p>
<p>oppure</p>
<p><span id="more-600"></span></p>
<p>Attese qualche istante. Poi dischiuse la porta della fattoria e, quando entrò, trovò la madre di spalle. Stava facendo un solitario al tavolo.<br />
&lt;Chi è entrato?&gt;<br />
&lt;Sono io. Non riconosci la mia voce?&gt;<br />
&lt;Non ne ho bisogno. Le carte mi dicono tutto.&gt;<br />
&lt;Hai bisogno delle carte, per riconoscere tuo figlio?&gt;<br />
&lt;Mio figlio è morto quattro anni fa. Mentre era in viaggio.&gt;<br />
&lt;Non è morto. Ha solo viaggiato. Ha conosciuto il mondo&gt;.<br />
La madre raccolse tutte le carte, poi ne estrasse una dal mazzo.<br />
&lt;Due di bastoni. Brutte notizie&gt;.<br />
Ne estrasse un’altra.<br />
&lt;Re di bastoni. Uomo falso e subdolo, che trama contro&gt;.<br />
La madre continuava a gettare carte sul tavolo, parlando fra sé. La stanza era buia, c’era un odore stantio.<br />
&lt;Ecco. Sette di Denari&gt; disse. &lt;Come pensavo. E poi Tre di Coppe: solitudine, incomprensione, dispiacere. È così che mi sono ridotta&gt;.<br />
Luca si sentì raggelare. La gioia era mutata in sgomento, e lo sgomento in rabbia. Si avvicinò alla madre e le prese la testa fra le mani; la fissò a lungo negli occhi, per farsi riconoscere. Ma ottenne solo di terrorizzarla.<br />
&lt;Sono povera&gt; disse. &lt;Non picchiarmi. In casa non troverai molto, prendi pure ciò che vuoi.&gt;<br />
&lt;Non sono un ladro&gt;.<br />
Gli occhi della madre vagarono sul tavolo, dove erano rimaste le carte sparpagliate. Erano due orbite vuote.<br />
&lt;Asso di Spade&gt; mormorò infine con un filo di voce. &lt;Dispiaceri e situazioni stagnanti&gt;.</p>
<p>Luca si voltò e uscì. Slegò il cavallo dalla staccionata e andò via irritato. Era impossibile che la madre non lo avesse riconosciuto. Tutti quegli anni l’avevano trasformato a tal punto? A pensarci bene, forse la vecchia era diventata cieca. I suoi occhi sembravano morti. Ma forse faceva solo finta. Sì, doveva essere un inganno: una recita votata alla vendetta.<br />
Luca si sentì rincuorato. Per qualche momento la rabbia l’aveva ottenebrato, adesso la logica lo riportava a terra.<br />
Percorse il sentiero che separava la fattoria dal paese e sbucò sulla piazza principale. Lì radunati, attorno alla fontana, c’erano i suoi amici di infanzia: Bernardo, Antimo e Telesio. Non pareva che il tempo li avesse cambiati. Sembravano ancora tre adolescenti.<br />
Luca ragionò fra sé, mentre gli amici lo indicavano e si scambiavano battute fra loro. Come poteva il tempo essere giusto con alcuni e ingiusto con altri? Il tempo è un criterio oggettivo di misurazione. È la dimensione in virtù della quale si definisce il trascorrere degli eventi. Possibile che gli eventi fossero trascorsi solo per lui?</p>
<p>Bernardo gli venne incontro.<br />
&lt;Ma sei tu, Luca? Sei proprio tu, con questa barba?&gt;<br />
&lt;E chi altrimenti?&gt;.<br />
Smontò da cavallo e abbracciò l’amico.<br />
&lt;E che fine hai fatto in questi anni, dove sei stato?&gt;<br />
&lt;Ho visto il mondo.&gt;<br />
&lt;E le donne? Hai conosciuto tante donne, anche?&gt;<br />
&lt;Tantissime. Alcune erano nobili, altre povere. Ma erano tutte bellissime&gt;.<br />
Bernardo era fuori di sé dalla curiosità.<br />
&lt;Vieni, Luca. Andiamoci a fare una bevuta all’osteria. Te lo ricordi il vecchio Adinolfi? Lo sai che campa ancora, il vecchio?&gt;.<br />
Luca sorrise di malavoglia, poi abbracciò anche Antimo e Telesio che sulle prime non lo avevano riconosciuto. Andarono tutti insieme alla taverna del vecchio Adinolfi, un uomo esile e basso a tal punto da non arrivare al bancone, che nel borgo era rispettato da tutti per via della sua saggezza. Luca nel guardarlo provò compassione: i sofisti lo avevano iniziato alla vera conoscenza, che lui ora riusciva a distinguere dal buon senso e dalla saggezza paesana.</p>
<p>Adinolfi gli offrì un bicchiere di vino rosso.<br />
&lt;Bevi tutto d’un sorso&gt; disse. &lt;Su, coraggio. Tutto insieme&gt;. E mentre Luca vuotava il bicchiere Adinolfi lo fissava con intensità, come se cercasse di cogliere ogni minima variazione della sua espressione.<br />
&lt;Te l’hanno detto, che Martina si è sposata?&gt;.<br />
Luca fu sul punto di strozzarsi. Gli colò un rivolo di vino dalla bocca.<br />
&lt;No, vedo che non te l’hanno detto, i tuoi cari amici&gt; sentenziò Adinolfi.<br />
&lt;Infatti&gt;. Il vecchio riempì un altro bicchiere fino all’orlo.<br />
&lt;E l’hai visto che tua madre è diventata cieca?&gt;<br />
&lt;Sì. Sono stato a trovarla.&gt;<br />
&lt;Allora avrai fatto caso anche al resto&gt;.<br />
Luca fissava il vecchio con odio. Notava un leggero luccichio sui suoi occhi, forse l’enumerazione delle sue disgrazie doveva provocargli piacere. Spinse il bicchiere sul bancone e Adinolfi lo afferrò fra le mani.<br />
&lt;Cosa avrei dovuto notare?&gt; domandò.<br />
&lt;Oh, gli animali ovviamente.&gt;<br />
&lt;Che ne è stato?&gt;<br />
&lt;Sono tutti morti di fame&gt; disse il vecchio. &lt;Tranne il cane. E il legno della staccionata, non hai visto che è marcito? E così il tetto, dal quale entra l’acqua nelle notti di pioggia. Pensa che tua madre, povera cieca, è stata costretta ad arrangiarsi come poteva. Adesso dorme in salone, sul pavimento. La sua camera non è più agibile.&gt;<br />
&lt;Avrei dovuto occuparmene&gt; rifletté Luca fra sé.<br />
Il vecchio riempì il terzo bicchiere.<br />
&lt;Avresti dovuto occupartene&gt;, disse.</p>
<p>Luca salutò gli amici, uscì dalla taverna e andò a cercare Martina. Chiese informazioni a tre anziane che sedevano sotto una tettoia in un vicolo del borgo, e queste gli indicarono una villa sfarzosa, di fronte alla quale c’erano fiori colorati e due leoni di marmo.<br />
Bussò alla porta, che gli fu aperta dalla serva. Lo fece accomodare sul divano del salottino. Poco dopo, sull’uscio della sala apparve Martina. Vestiva con un lungo abito nero e i capelli bruni le ricadevano a ciocche sulle spalle. Luca voltò lo sguardo dall’altra parte.<br />
&lt;Ti sei sposata&gt; disse sprezzante.<br />
Martina si sedette vicino a lui, gli prese la mano fra le sue.<br />
&lt;Cos’altro avrei potuto fare?&gt;.<br />
Luca si alzò sdegnato, senza dire nulla. Poco dopo era di nuovo in strada. Si trovò nella piazza principale proprio durante l’ora della messa. La gente del paese giungeva a frotte per sentire la predica del prete, mentre le campane suonavano rintocchi. Durò qualche minuto, poi Luca rimase solo nel piazzale deserto.<br />
Cosa ne era della sua esistenza? Forse era vero quello che dicevano tutti: ossia che nella vita si può solo avanzare, ma non tornare al punto di partenza. Nel pensarlo, Luca meditava una vendetta. I suoi compaesani avevano lasciato che sua madre finisse in povertà e che Martina si sposasse. Non per cattiveria ma a causa della loro ignoranza, testimoniata dalle loro false credenze. Nel corso del suo viaggio infatti aveva visto diverse chiese, ma erano tutte vuote. Perché gli uomini di città si affidavano solo alla loro ragione, o almeno così gli era sembrato. Questi paesani invece erano superstiziosi e credevano nei loro totem e nei loro feticci, credevano in Dio. Inoltre lavoravano duramente e non sapevano divertirsi. Non conoscevano la libertà.</p>
<p>Luca giurò a sé stesso che avrebbe cambiato i costumi dei suoi compaesani. Se non poteva riavere la vecchia vita indietro, ne avrebbe conquistata una nuova. Si ritirò su una montagna, per giorni mangiò solo i pochi pesci che riusciva a prendere al fiume con mezzi di fortuna. La barba diventava sempre più lunga, cresceva insieme al suo rancore. Finalmente, durante una notte senza luna decise che era venuto il momento. La mattina seguente montò in sella al cavallo e tornò al paese. Parlò con i suoi vecchi amici, li persuase delle sue dottrine. Gli disse che non era necessario che avessero una sola e unica donna, ma che potevano possederne quante volevano. Li assicurò sul fatto che non dovevano lavorare, a suo parere un’evidenza razionale. Bastava saccheggiare le proprietà dei più ricchi e vivere di rendita con i frutti della terra. I suoi amici gli crederono. Insieme fondarono un’associazione segreta, la chiamarono Confraternita dei Fabbri. Si preposero il fine di forgiare le spade, le armi che avrebbero imposto il nuovo ordine.</p>
<p>La prima azione fu un’incursione notturna nella fattoria del signor Abadinghi. Non molto ricco, era però inviso alla popolazione del borgo. Aveva un gregge di pecore. Luca e Bernardo aprirono il recinto e gli animali si diedero alla fuga, spaventati dalle  grida di Telesio. Era il primo atto della rivoluzione.<br />
In seguito saccheggiarono le case dei ricchi, diedero fuoco al palazzo del borgomastro, rubarono le vesti alle suore. In breve il paese sprofondò nel disordine. I poveri erano sempre poveri, ma armati di bastoni. Le religiose vagavano con pochi stracci addosso. Anche il prete – un uomo buono, amato da tutti – era stato denudato; si portava in giro con una mano davanti e una di dietro, e ogni tanto inciampava rivelando un posteriore flaccido e peloso. Persino i ricchi presero a chiedere l’elemosina. Facevano ballare i propri figli in mezzo alla piazza, nella speranza di impietosire qualche anima buona. Ma ormai ognuno pensava solo alla sopravvivenza.</p>
<p>Luca tornò da Martina, trionfante. Ma lei pur di non vederlo si barricò in casa. Lui gridò, imprecò, implorò. Fu tutto inutile.<br />
&lt;Cosa devo fare?&gt; chiedeva ai suoi amici. &lt;Nonostante suo marito sia fuggito, lasciandola in balia dei saccheggiatori, lei non vuole tornare con me. Dice che sono un senza Dio, non mi rivolge neanche parola.&gt;<br />
&lt;Stupiscila&gt; gli rispondevano gli amici in coro, che più che tre uomini distinti parevano un uomo a tre voci.<br />
&lt;E come?&gt;<br />
&lt;Con i fuochi di artificio&gt; disse Telesio, che fra tutti era il meno arguto. &lt;Io li so usare, i fuochi&gt;.<br />
Così misero insieme della polvere da sparo. Sgombrarono la piazza. Gridarono sotto le finestre di Martina.<br />
&lt;Guarda Martina, cosa faccio per riaverti indietro!&gt;.<br />
La ragazza intanto sospirava da dietro le imposte, sbirciando nella fessura. Temeva che qualcuno potesse farsi male. Aveva buon senso. Improvvisamente riecheggiò l’esplosione. Telesio aveva confuso le urla d’amore con il segnale di via libera.</p>
<p>Luca morì sul colpo, insieme a Bernardo e ad Antimo. A salvarsi fu proprio Telesio, che come tutti gli stupidi era anche il più fortunato.<br />
La piazza venne avvolta dalla caligine. Le persone presero a tossire. Martina, fremendo, piangeva dietro le imposte. Luca si guardò attorno e scorse una folla di spettri: c’erano suo padre, suo nonno, tutti i suoi antenati. Se ne stavano di fronte a lui, lo guardavano senza dire nulla. Qualcuno provò ad avvicinarsi senza riuscire a farlo. &lt;Ma questo ragazzo&gt; gridò &lt;è morto o no? Perché se è morto, deve venire con noi. E se invece è vivo, allora deve vivere&gt;. Ma Luca rimaneva sospeso fra l’una e l’altra dimensione. Infatti a vederlo non erano solo i suoi antenati, ma anche gli abitanti del borgo.<br />
Calò la notte. Fu un attimo. Nessuno se lo aspettava, non certo Luca. Fitti blocchi di tenebre gli impedivano di guardare ed era costretto a procedere a tentoni. Si portò avanti barcollando, scorse una luminescenza. Era l’insegna della taverna di Adinolfi.<br />
&lt;Vuoi bere?&gt; gli domandò il vecchio.<br />
&lt;No. Voglio solo un’informazione.&gt;<br />
&lt;Che informazione?&gt;<br />
&lt;Se sono vivo o morto, ecco.&gt;<br />
&lt;E pensi di essere l’unico a chiederselo?&gt;.<br />
Il vecchio Adinolfi rise di gusto, riempiendo il bicchiere.<br />
&lt;Offre la casa&gt; disse. &lt;Per il viaggio.&gt;<br />
&lt;Quale viaggio?&gt;<br />
&lt;Se non lo sai tu.&gt;<br />
&lt;È strano&gt; disse Luca. &lt;Perché sono morto, eppure sono vivo.&gt;<br />
&lt;Mettiti in viaggio. Su, è il tuo destino.&gt;<br />
&lt;Ma dovrò pur fermarmi, prima o poi. Ho paura.&gt;<br />
&lt;Spera almeno che Dio esista.&gt;<br />
&lt;Lo spero&gt;.<br />
Sulla porta comparsero Bernardo e Antimo. Dissero che era tutto pronto, che si poteva partire di nuovo. Luca salutò il vecchio e si mise in testa al gruppo. Il viaggio durava all’infinito, ma bisognava pur viaggiare. Così partirono a bordo di un calesse. Divenne sempre più piccolo all’orizzonte. Si lasciò dietro una nuvola di polvere.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/slowmindone.wordpress.com/600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/slowmindone.wordpress.com/600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/slowmindone.wordpress.com/600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/slowmindone.wordpress.com/600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/slowmindone.wordpress.com/600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/slowmindone.wordpress.com/600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/slowmindone.wordpress.com/600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/slowmindone.wordpress.com/600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/slowmindone.wordpress.com/600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/slowmindone.wordpress.com/600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/slowmindone.wordpress.com/600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/slowmindone.wordpress.com/600/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/slowmindone.wordpress.com/600/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/slowmindone.wordpress.com/600/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=600&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Blatera Blatta</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 21:25:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[blatera blatta]]></category>
		<category><![CDATA[Panurge]]></category>

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		<description><![CDATA[Panurge Lavarsi il volto la mattina: nella vita di Harold Flop non c’è operazione più rischiosa. E non tanto per il sapone al guaranà, sia maledetto chi glielo ha consigliato, con cui si ostina a detergersi il viso, pur sapendo bene che, puntuali, arriveranno dolore e lacrime al primo contatto con la pelle; e non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=589&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em>Panurge</em></p>
<p style="text-align:center;">
<p>Lavarsi il volto la mattina: nella vita di Harold Flop non c’è operazione più rischiosa.<br />
E non tanto per il sapone al guaranà, sia maledetto chi glielo ha consigliato, con cui si ostina a detergersi il viso, pur sapendo bene che, puntuali, arriveranno dolore e lacrime al primo contatto con la pelle; e non tanto neppure per l’acqua fredda sulle sue gote paffute, appena sveglio, che dallo shock sbiadiscono, passando da rosse a un giallognolo piuttosto deprimente. No. Il rischio, per Harold, risiede nell’avventurarsi in solitaria nel bagno, posizionarsi per la toletta di fronte all’enorme specchio, e, davanti ad esso, trovarsi costretto a chiudere gli occhi, fosse solo per un secondo.<br />
Perché Harold Flop, anonimo travet alle poste, è convinto che (ed è disposto perfino a giurarlo su ciò che di più caro ha al mondo: la collezione di lattine di coca cola iniziata nel ‘94, pezzi unici provenienti, mezzo posta, da quasi ogni angolo del pianeta) nell’attimo in cui per colpa dell’acqua e del sapone tiene ben serrate le palpebre, qualcosa di spaventoso prende forma alle sue spalle.<br />
Che cosa, ancora non è riuscito ad intenderlo: di fatto, quando, ultimato il definitivo risciacquo, [...]</p>
<p><a href='http://slowmindone.files.wordpress.com/2011/11/blatera-blatta-panurge.pdf'>Scarica BLATERA BLATTA di Panurge in pdf.</a></p>
<p>oppure</p>
<p><span id="more-589"></span></p>
<p>si guarda attorno riparandosi dietro l’asciugamano, tutto &#8211; l’accappatoio scorticante appeso alla doccia, la carta igienica colorata, la sua faccia atterrita – è esattamente dove deve essere.<br />
Eppure, non disporre di certezze evidenti non lo rassicura affatto. Anzi. Ogni mattino alle 8 e 30, orario in cui, mortificato, si leva dal letto, senza eccezione di sorta, Harold, al solo pensiero degli obblighi di toletta che lo attendono, prende a tremare.</p>
<p>A tormentarlo più di ogni altra cosa è il <em>tipo</em> di realtà che in quel bagno si svelerebbe. Per quanto ne sa, potrebbe esserci di tutto attorno a lui: una carrellata di mostri e oscenità varie, angeli, sirene, quel bacchettone del suo capo in gonnella, gli odiosi colleghi, il wc e il bidè sospesi a mezz’aria, il nulla, perfino Walt Disney e J. Hoover nella sua vasca da bagno, potrebbero esserci, avviluppati uno all’altro come koala ai rami di eucalipto.<br />
Ma non c’è solo questo a tormentarlo. Se così fosse, il sangue nelle sue vene non cristallizzerebbe di terrore dopo ogni passo compiuto in direzione della soglia del bagno; e nemmeno Harold avvertirebbe alla bocca dello stomaco quella sensazione di vuoto, come capita spesso su un aereo quando perde quota, che invece lo pervade appena le sue mani si posano sulla ceramica del lavandino.<br />
Il timore vero, quello che lo sta conducendo a sfiorare da vicino la pazzia, è che questa realtà scatenata dal buio abbia una sorta di relazione con quanto, dentro di sé, Harold <em>sente</em> di essere, una relazione insomma con la sua natura più intima e profonda.<br />
Tutte le meschinità che ha compiuto, le nefandezze, gli inganni, il dolore che ha inflitto sapendo di infliggerlo: qualora si appurasse questa relazione, la scena in quel bagno sarebbe terribile e indecente.<br />
Se potesse sdoppiarsi e in quegli attimi ripensare a Clotilde, per esempio, l’amore della sua vita, che ha preso e poi gettato come un giocattolo rotto, tanto l’amore si può sempre ricomprare, a quel punto è pronto a scommetterci assisterebbe allo spettacolo osceno di un piccolo insetto verde e gibboso, intento a spalmare il sapone al guaranà sulle ferite che si è auto procurato.<br />
Se invece si fermasse a riflettere sui suoi genitori, su quell’espediente da balordo con cui li ha circuiti, col risultato di azzerare la fiducia che riponevano nei suoi confronti, magari sarebbe condannato a vedere un piccolo demone, dal naso adunco e gli artigli affilati, che senza alcun riguardo fruga nelle sue carni e scava via parti del suo corpo nella massima tranquillità.<br />
E se appoggiato alla porta del bagno pensasse alla sua vita, eternamente imbronciato, passata seduto ad attendere gli servissero tutto ciò che ordinava, allora allo specchio probabilmente vedrebbe se stesso, identica fisionomia, assumere espressioni raggelanti, contorcersi in spasmi orribili e muovere la testa a una velocità innaturale.<br />
Sicuro, non vedrebbe un uomo con ancora indosso il pigiama, dalle guance paffute e l’espressione assonnata, che pur di dimenticarsi, in fretta e furia si lava il volto, col panico negli occhi.</p>
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		<title>Skippy Non Morire!</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 20:18:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[edward s. portman]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[skippy non morire!]]></category>

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		<description><![CDATA[Edward S. Portman Un remake del prologo di “Skippy muore” di Paul Murray &#160; È novembre, fuori fa freddo ed è in qualche modo bello vedere, oltre i vetri delle finestre, le persone camminare tutte quante infagottate nei loro cappotti pesanti, le sciarpe legate al collo, i cappelli calati in testa, mentre tremanti si alitano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=slowmindone.wordpress.com&amp;blog=28305539&amp;post=560&amp;subd=slowmindone&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em>Edward S. Portman</em></p>
<h4 align="center">Un remake del prologo di “Skippy muore” di Paul Murray</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>È novembre, fuori fa freddo ed è in qualche modo bello vedere, oltre i vetri delle finestre, le persone camminare tutte quante infagottate nei loro cappotti pesanti, le sciarpe legate al collo, i cappelli calati in testa, mentre tremanti si alitano aria calda dentro le mani chiuse a cono, vicino alla bocca. Ruprecht pensa: non sarebbe altrettanto bello se in quel preciso momento pure lui stesse in qualche modo gelando, senza neppure la maglia di lana a strisce orizzontali blu e grigie, quella con il collo alto, le maniche lunghe e la vita slabbrata senza più forma. Tutto quanto avrebbe un sapore estremamente diverso, più agghiacciante, direi, pensa Ruprecht.</p>
<p>Da Ed’s la gente entra sbattendo la porta a vetri dell’ingresso &#8211; senza fare caso alla voce scocciata della grossa Ellen, cameriera nonché proprietaria del locale, che a ogni nuovo cliente ripete di fare attenzione, cristo santo, che prima o poi la finirete per rompere quella dannatissima porta! – si scrolla di dosso il freddo e il malumore. Le persone, almeno quelle normali, non vengono da Ed’s per il cibo o le bevande o per chissà cos’altro possa attirare la loro attenzione; le persone, in questo periodo dell’anno, vengono da Ed’s perché è l’unico posto dove potersene stare bene bene al caldo tra l’uscita da lavoro e il ritorno a casa per cena, nascondendosi per qualche minuto alle preoccupazioni della giornata e a quelle del domani. Ormai Ruprecht li conosce tutti i frequentatori assidui di Ed’s, non per nome ma almeno di faccia. Ogni giorno vede più o meno gli stessi volti stanchi, annoiati, spenti. A ognuno di essi Ruprecht si diverte a disegnargli addosso una loro storia del tutto inventata, supposta in un modo o in un altro da qualche piccolo particolare, magari di poco conto, ma capace di attirare la sua attenzione. C’è Murphy – nome inventato &#8211; per esempio,  un uomo sulla cinquantina, già coperto di rughe così profonde da fare pensare che il sudore gli si fosse ghiacciato in faccia [...]</p>
<p><a href="http://slowmindone.files.wordpress.com/2011/11/skippy-non-morire-edward-s-portman.pdf">Scarica SKIPPY NON MORIRE! di Edward S. Portman in pdf.</a></p>
<p>oppure</p>
<p><span id="more-560"></span></p>
<p>e avesse scavato questi immensi solchi larghi, orizzontali sulla fronte per la maggior parte. Lui da giovane aveva avuto una storia con Ellen e lei ne era ancora in qualche modo innamorata. Era l’unico a non essere rimproverato quando entrava, per lui la porta sembrava essere più resistente.</p>
<p>Oppure c’è il distinto Guinness – altro nome inventato &#8211; sempre seduto come in primo piano, quasi volesse essere costantemente al centro dell’attenzione. È accompagnato ogni giorno da una signora dai capelli lunghi rossi, una donna di mezza età, truccata pesante attorno agli occhi e sulle labbra, vestita elegante con abito quotidianamente tendente al rosso, acceso, dei suoi stessi capelli. A lei Ruprecht non ha mai dato un nome. Loro due sono colleghi di lavoro, in una ditta o in una banca, ma con gli uffici separati, lontani. Hanno una relazione, nata chissà come in uno strano incrocio di corridoi e fotocopie e occupazioni ripetitive. Si ritrovano da Ed’s per stare soltanto seduti uno accanto all’altra, senza dirsi niente di particolare, in uno strano silenzio parlato, per poi tornare incuranti a casa dalle loro rispettive famiglie.</p>
<p>O ancora: Bass – inventato pure lui &#8211; di schiena a tutti e al mondo intero. Non si gira mai e non parla con nessuno. Si limita a starsene in un angolo, tutto ingobbito nel suo soprabito, senza togliersi neppure il cappello. Ha commesso un crimine efferato, magari uccidendo sua moglie a furia di martellate in testa, ma è riuscito a farla franca per un chissà quale cavillo tecnico o inquinamento di prove. Trascinato in tribunale ne è uscito pulito, senza neppure una macchiolina microscopica invisibile sulla fedina penale; ma dentro di sé sa bene cosa ha fatto e non passa giorno che quella colpa non gli pesi micidiale sulle spalle, con tutta la sua atrocità, senza avere la minima occasione – impossibile – di potere tornare indietro nel tempo per non commettere quello stupido sbaglio. Siede da solo e ordina da bere: sette pinte di birra, scura. Tenta di affogare i suoi ricordi.</p>
<p>Poi ci sono lui e Skippy, seduti al tavolo leggermente decentrato sulla destra rispetto all’entrata, con davanti a ognuno un piatto con sopra sei ciambelle dalla farcitura diversa. La loro storia non ha bisogno d’inventarsela, la conosce bene: la vive.</p>
<p>Tutto è nato un pomeriggio tardi di qualche mese prima, verso sera, quando Ruprecht vedendo passare Ellen vicino al loro tavolo con in mano un piatto di ciambelle straripanti marmellata di more, aveva detto a Skippy: scommetto che non riesci a mangiarne tre di seguito in meno di un minuto. Skippy aveva accettato la sfida di buon grado, contento di poter fare qualcosa per spazzare via una monotonia esponenziale, e in questo modo era nata una tradizione. Da quel giorno, a cadenza settimanale, si rinnovava la sfida, e visto che ormai era appurato quanto Skippy fosse capace di mangiare tre ciambelle nell’arco di un minuto, avevano deciso di affrontarsi faccia a faccia, in una gara a due a chi riusciva a mangiare più ciambelle in minor tempo possibile.</p>
<p>Quel giorno, se Ruprecht avesse vinto, avrebbe stabilito il record di sedici successi consecutivi, una striscia positiva mai eguagliata da quando lui e Skippy si erano inventati quella specie di torneo. La tensione, per questo, si sente, è palpabile, sembra prendere forma in piccoli cubi disposti uno sopra l’altro in quello spazio del tavolino di Ed’s rimasto libero, tra loro due e i piatti di ciambelle, mentre Ruprecht e Skippy si guardano intensi, come due pistoleri in un vecchio film western, i polpastrelli delle dita frenetici a sfiorare i calci delle proprie pistole o la curva zuccherosa della prima ciambella, frementi di potere iniziare a mangiare voraci.</p>
<p>L’orologio del locale deve segnare le quindici con la lancetta dei minuti per dare il via, ovvero cinque minuti dopo l’arrivo delle ciambelle, un periodo di tempo stabilito dalle parti per potersi preparare psicologicamente e decidere quale tecnica adottare, se morsi piccoli e veloci o bocconi grandi e violenti. Di tanto in tanto gli occhi dei due contendenti schizzano rapidi agli angoli delle orbite per controllare il conto alla rovescia, senza per questo perdere di vista il piatto di ciambelle; e quando la lancetta dei secondi inizia a ticchettare dalle trenta in poi, sempre più vicina alla partenza, le occhiate si fanno di volta in volta più rapide, più convulse, impazienti, spasmodiche, fino a quando.</p>
<p>Ruprecht si getta a capofitto sul proprio piatto afferrando la prima ciambella e portandosela alla bocca. Un morso, masticate goffe dovute alle guancie piene: difficile riuscire a buttare giù tutto quel bolo di pasta fritta masticata, intrisa com’è di saliva, il sapore non lo sente neppure, non riesce a distinguerne la farcitura. Non è quello che importa, l’importante è andare veloce, dare un altro morso al pezzo rimasto in mano, chino ancora sopra il piatto, e poi buttarsi in gola quel che resta. Afferrare la seconda ciambella, ripetere lo stesso procedimento, magari tentando di migliorarlo, tritare il cibo più velocemente, o buttarlo giù anche se forse sarebbe troppo presto – sentire un nodo scendergli lungo l’esofago, per poi allargarsi in una sensazione di sollievo appena passa quel presupposto restringimento all’altezza dell’attaccatura delle costole allo sterno, e scivolare via verso lo stomaco in tutta tranquillità.</p>
<p>Sono trascorse solo due ciambelle – il tempo non si misura più in minuti secondi, millesimi di secondo – quando con la coda dell’occhio Ruprecht vede volare fuori dal tavolo il piatto di Skippy. Per un quinto di ciambella, o due masticate, prova il sudore freddo di avere perso, proprio con il record di sedici vittorie consecutive a portata di mano, un passo per entrare nella leggenda; ma poi ci riflette e decide – <em>decide</em> – che è impossibile che Skippy sia riuscito a finire sei ciambelle mentre lui ne ha mangiate appena due. Guardando per terra nota infatti insieme al piatto anche alcune ciambelle, quindi quel gesto, il buttare per terra il piatto, non può essere una specie di esultanza da parte di Skippy: lui, Ruprecht, non ha bevuto, non ha infranto alcuna regola del gioco, e Skippy non ha finito le sue ciambelle. Qualcosa non torna.</p>
<p>Quando Ruprecht alza lo sguardo dal suo piatto per guardare Skippy, vede la faccia del suo amico tutta tremante, un attimo prima che il corpo di Skippy stesso, continuando a vibrare come un cellulare durante una chiamata in modalità silenziosa, cada giù dalla sedia e prenda ad agitarsi dinoccolato in preda a quelli che paiono violenti attacchi epilettici.</p>
<p>In modo piuttosto egoistico il primo pensiero di Ruprecht è di avere ormai la vittoria in tasca, tant’è che non si getta a terra in ginocchio per cercare di aiutare in qualche modo Skippy, bensì afferra un’altra ciambella e se la porta alla bocca, facendo finta di nulla. Nessuno nel locale sembra essersi accorto di niente, ognuno continua a fare esattamente quello che fa sempre, pure in quel momento. Nell’aria c’è lo stesso rumore di fondo chiacchiericciato, parole accatastate una sopra l’altra senza alcun senso, appartenenti a conversazioni diverse, slegate le une dalle altre. Ellen sorride sempre dietro il bancone, lanciando di tanto in tanto occhiate traverse a Murphy. Guinness fa il cascamorto, sorridendo a una battuta della sua amante rossa, e si sganascia dalle risate battendo il pugno sul tavolo, piegandosi in due in un’eccessiva ostentazione di falsa ilarità. Bass tracanna la sua quinta birra, e fra tutta la confusione possibile del locale, come la voce confusa dell’altra gente che ancora, per ragioni di tempo e voglia, non possiede una sua propria storia inventata, tra tutto il brusio sommesso e la musica soffusa di sottofondo, il suono a colpire di più, quasi fosse a un passo dal timpano, oppure ancora più in profondità, dentro il cervello stesso, è il toc sordo del fondo del bicchiere di Bass chi si appoggia sul legno consumato del tavolo. Bevuta, toc. Altro sorso, toc.</p>
<p>È in questa atmosfera, surreale, seguendo il ritmo di questo metronomo, che Ruprecht si ravvede, riacquisisce coscienza, vedendo il suo amico fare quella specie di break dance piegata per terra, senza nessuna musica, e dentro di sé si dice di non potere essere così indifferente, privo di alcun tipo di sensibilità, o morale, o qualsiasi cosa debba smuoversi nella cosiddetta anima di una persona in una situazione del genere, quando il tuo migliore amico se ne sta a rantolare per terra senza nessuno ad aiutarlo. Prende il desiderio di vittoria, il record di sedici gare vinte, lo prende come se potesse essere un pacco o una scatola e lo sposta fuori dalla sua visuale, lo mette da parte. A questo punto, per la prima volta, vede la scena in tutta la sua reale urgenza. E ne ha paura.</p>
<p>Con la bocca ancora piena per metà di ciambella masticata cerca di cacciare fuori un grido, una richiesta di aiuto piuttosto biascicata, con tanto di sputacchi marroncini a volargli fuori al posto della voce. Nessuno si gira, nessuno ne rimane allarmato. Solo quando si getta a terra e monta a cavalcioni sopra la vita di Skippy, lo afferra per il bavero della camicia cercando di fermarlo, mentre dietro di sé sente le gambe di lui ballare in ebollizione rapida, ingoia l’ultimo pezzo di ciambella rimastagli in bocca e urla – questa volta urla davvero – aiuto! Allora sì, riesce ad attirare l’attenzione.</p>
<p>In un istante il locale cade in un silenzio innaturale, un silenzio denso, compatto, non solo a livello di suoni ma anche di movimenti. Nessuno pare muovere un dito, qualsiasi cosa sembra avvenire al rallentatore, almeno agli occhi di Ruprecht. È la prima salita di una montagna russa, dove la carrozza sulla quale si è seduti si inerpica lentissima sulle rotaie e gli unici rumori oltre agli scricchiolii degli ingranaggi sono risatine isteriche per stemperare la tensione, prima della discesa e delle urla e delle braccia alzate, quando il tempo riprende a correre in modo normale, anzi, accelera pure.</p>
<p>Il primo ad accorrere è Bass, o almeno l’uomo a cui Ruprecht ha dato il nome di Bass. Gli piomba addosso disarcionandolo, buttandolo di lato, e prendendo Skippy per la vita lo tira su, in piedi. Gli pratica la manovra di Heimlich, facendo pressione sulla pancia, prima una volta, poi un’altra, e un’altra ancora, a ripetizione.</p>
<p>Ruprecht nel frattempo si mette a camminare a quattro zampe, cercando per terra le ciambelle che Skippy ha lanciato per aria un attimo prima di iniziare a divincolarsi come un matto. Gli pare logico che se ne trovasse una morsicata e capisse cosa possa soffocare il suo amico, in un modo o nell’altro questo potrebbe aiutarlo.</p>
<p>Intorno a loro si è creato un cerchio di vuoto, con la circonferenza disegnata dalle facce preoccupate degli avventori di Ed’s: Ellen, Murphy, Guinness e l’amante rossa di Guinness, tra gli altri.</p>
<p>Aspetta! urla poi a un tratto Ruprecht, non tanto a Bass quanto piuttosto al nulla, o a chiunque. Per terra ci sono sei ciambelle sei, tutte quante belle intere, neppure toccate. Ciò significa che Skippy non ha mangiato niente, e niente gli ostruisce le vie respiratorie: non sta soffocando.</p>
<p>Bass molla la presa. Lasciato senza sostegno il corpo di Skippy cade per terra come una marionetta a cui sono stati tagliati i fili. Il cerchio si allarga, producendo un piccolo boato di stupore, terrore e ansia. Chiunque pare avere paura di toccare qualcosa, come se così facendo potesse sciupare un qualche meccanismo delicato o prezioso. Nessuno dà una mano a Skippy, neppure Ruprecht: è lui stesso a darsi una mano, è la sua mano a muoversi, un po’ a scatti, ma lo stesso a muoversi.</p>
<p>A tentoni, sdraiato con le spalle a terra, lo sguardo vitreo, sempre più vitreo a guardare il soffitto, Skippy cerca di afferrare una ciambella. Quando la raggiunge, avvicinandola con dei movimenti frenetici delle dita, la stringe nel pugno e la schiaccia con tutta la forza rimastagli in corpo. Uno sciropposo ripieno rosso – alla fragola probabilmente – erutta molle nel suo palmo, appiccicandosi e colando un po’ ovunque.</p>
<p>Guardate! Guardate! Si sente gridare con una strana urgenza dalla folla tutt’attorno.</p>
<p>Skippy usa il ripieno della ciambella come se fosse inchiostro, il dito come penna, tracciando sul pavimento alcuni segni che hanno tutta l’aria di essere delle lettere. DIAL è la prima e unica parola comprensibile, poi la marmellata comincia a esaurirsi piano piano e gli ultimi due caratteri si perdono leggermente invisibili sul bianco della mattonella sulla quale sono stati scritti.</p>
<p>DIAL, si domandano tutti. DIAL. DIAL? Per quanto paradossale possa apparire, la drammaticità della scena si è trasformata di colpo in una commedia dal vago sapore casalingo, dove un gruppo di amici sono riuniti davanti a una lavagna a fare il gioco dei film. Skippy a disegnarne il titolo e tutti quanti a dovere indovinare.</p>
<p>Qualcuno si getta in ipotesi azzardate, altri invece procedono con metodo aggiungendo di volta in volta lettere in ordine alfabetico: DIALAA, DIALAB, DIALAC. Ma il primo ad arrivarci è ovviamente Ruprecht, l’unico che avrebbe potuto arrivarci.</p>
<p>Dì a LORI! Esplode zittendo chiunque, con immenso sollievo. Una sensazione di liberazione lo pervade tutto quanto, quasi gli avessero allentato un cappio stretto al collo.</p>
<p>Lori è una ragazza del loro anno, alta, capelli corti a caschetto colore giallo canarino, leggermente mossi; limpida, carnagione bianca come la neve con due occhi verdi enormi in mezzo alla faccia. Sorriso largo a risplenderle tra due sottili labbra deliziose, da baciare, letteralmente: per ore ore e ore. Ogni tanto escono tutti insieme nella stessa compagnia, lei Skippy Ruprecht e altri ragazzi con cui frequentano la scuola. Vanno al cinema o a bighellonare per le strade, da qualche parte, a vedere le partite di calcio in un pub, o da Ed’s, appunto, tutti riuniti attorno a un tavolo a parlare dei compiti o dei professori e di quello che in quel periodo dell’adolescenza pare essere la vita.</p>
<p>Per Ruprecht Lori non è una sconosciuta, ma allo stesso tempo non ha con lei un rapporto tale da permettergli di capire cosa le debba mai dire. Skippy non ha mai parlato di lei in particolare, se non inserendola in uno o due discorsi generici, dove lei si limitava a fare da figura di sfondo, recitare un ruolo da comparsa. Ruprecht ha capito che deve dire qualcosa a Lori, ma proprio non sa cosa diavolo possa essere questo qualcosa.</p>
<p>Cosa? Cosa? Dì a Lori cosa? Ripete rivolto a Skippy con insistenza, quasi arrabbiato perché quest’ultimo non riesce a rispondergli. Il suo amico rimane per terra, con la bocca muta, spalancata. Gli occhi gli sono diventati più grossi, sembrano essere sul punto di scoppiare, esplodere come palloncini troppo gonfiati. Dalla bocca gli esce una schiuma biancastra, priva di bolle, una specie di bava solo più consistente, non della stessa densità della normale saliva. Il corpo continua a tremare, spasmi continui ma meno violenti: delle piccole scosse ad attraversargli ogni singolo muscolo, da capo a piedi. E lo sguardo, disperato, di chi vuole dire qualcosa ma non riesce a farlo.</p>
<p>La mandibola si agita in lenti movimenti di appena pochi millimetri, su e giù, senza però riuscire a proferire parola. Quel miscuglio di umori o vomito o chissà cos’altro che gli risale dalla gola e gli sporca le guancie, colando poi sui capelli e sulla nuca, deve avere insonorizzato le corde vocali, non permette loro di vibrare: lo ha reso muto.</p>
<p>Skippy non ce la fa proprio più, si vede, è allo stremo, non si riesce a capire da dove possa recuperare l’ossigeno per continuare a fare finta di respirare, rimanere ancora vivo.</p>
<p>A parlare al suo posto ci pensa Ellen, posizionata in prima fila nel cerchio di persone. Sospira, un filo di voce: dille che l’ama, dille che l’ama. Lo ripete due volte, intervallando le frasi con un’occhiata liquida rivolta a Murphy. Skippy piega un poco la testa verso la sagoma gigante di Ellen – vista dal basso deve sembrare ancora più grande, con quel suo grembiule sporco legato dietro al collo, e le maniche corte della divisa strette aderenti attorno alle braccia paffute – la guarda e cerca di abbozzare una specie di sorriso, o quello che può sembrare un sorriso. Poi reclina ancora di più la testa sul pavimento, arrivando a toccare un angolo innaturale, come se i muscoli non lo tenessero più in tensione, come una scarpa slacciata senza il piede dentro. Trema un’ultima volta, giusto un leggero fremito, e niente più: rimane fermo, immobile, ma non come avrebbe potuto restare fermo giusto un’ora o anche solo dieci minuti prima, bensì <em>troppo</em> fermo.</p>
<p>Le persone nel locale, forse per la prima volta, realizzano quanto sta accadendo, ancora non pronte a differenziare quello che pensano stia <em>ancora</em> accadendo da quello che invece è già accaduto, passato. Prendono a parlare, in modo confusionario, senza darsi un ordine preciso. Dicono di aprire le finestre, di fare entrare dell’aria fresca, di lasciare respirare il ragazzo, mentre Ruprecht si alza cercando di mettere quanto più spazio possibile tra lui e il corpo esanime di Skippy. Cammina all’indietro, senza voltarsi, e tenta di guardare la scena da più lontano, in modo da poterne vedere qualche particolare che altrimenti gli potrebbe sfuggire: magari un lieve tremolio delle dita a indicare che Skippy è ancora vivo, o i movimenti degli occhi in stile fase rem sotto le palpebre. Ma nulla.</p>
<p>Vorrebbe prenderlo e scuoterlo per le spalle, schiaffeggiarlo o praticargli il massaggio cardiaco, uno due tre, respirazione, uno due tre, respirazione. Sarebbe patetico, anche un pochino di cattivo gusto. Magari i presenti se la potrebbero pure aspettare, una reazione del genere da parte di un adolescente di fronte alla morte del suo migliore amico, in un luogo pubblico come quello, di fronte a tante persone sconosciute. Chissà come affronterebbero loro una situazione del genere a parti invertite? Qualcuno potrebbe scoppiare in un pianto a dirotto, oppure tirare cazzotti al muro, farsi del male. Nessuno, credo, potrebbe mai prevedere la risposta di Ruprecht davanti al corpo tornato fermo di Skippy. Lui non piange, non si fa violenza, piuttosto si scaglia veloce contro Ellen, la getta a terra, per quanto impetuosa è la sua rincorsa e violento il contatto contro il corpo morbido avvolto dal grasso di Ellen. Magari pure Ellen si lascia un po’ andare, chi lo sa? Forse però è un bene, perché solo quando si ritrova sopra di lei, muovendo le mani contro il suo torace, non proprio tirando cazzotti quanto piuttosto delle specie di pacche poco decise, l’ombra di vere e proprie botte, solo allora le lacrime cominciano a rigargli copiose le guancie, e la voce gli si impasta di umori mentre il naso inizia a grondargli nonostante non abbia il raffreddore, e vorrebbe prendere Ellen, senza fare caso al suo peso né al fatto che lui, Ruprecht, non ha tutta questa forza nelle braccia, e sbatterla contro il muro, appenderla a uno degli appendiabiti attaccati alle pareti e maledirla, sì, maledirla, o rimproverarla per non avere tenuto la bocca chiusa, per una volta; rinfacciargli il fatto che se Skippy è morto è solo e soltanto colpa sua, perché ha voluto per forza precisare, finire quella frase al posto suo, ché se non ci avesse pensato lei magari Skippy sarebbe rimasto lì a tremare e sbavare, ma pur sempre vivo, perché sentiva di non potersene andare fino a quando non gli avesse detto di dire a Lori che lo amava, cazzo! Aveva questa semplice frase ad ancorarlo qui, in questo schifosissimo posto, voleva dirle, la vedeva come un compito, e se tu non gli avessi dato la risposta giusta, se non ti fossi intromessa a finire per lui quel che lui invece doveva finire, senza se e senza ma, lui sarebbe ancora qui, a cercare di finire quella cazzo di frase, quella stupida balorda frase romantica del cazzo!</p>
<p>Nessuna di queste parole però gli esce dalla bocca. Gli unici suoni che emette sono dei mugugni privi di significato, lamenti impastati dalle lacrime e dalla rabbia, tanto che Ellen non vede quel gesto, l’averla buttata a terra, o quei pugni leggeri ripetuti contro il suo petto, come un’accusa nei suoi confronti, tutt’altro. Pensa sia un modo per cercare comprensione, affetto. Prova pure ad abbracciarlo, il piccolo Ruprecht, sembra balbettare a fior di labbra, quasi a volerlo coccolare come si fa con un bambino vittima di un torto, un’ingiustizia da niente, priva di significato.</p>
<p>Appena Ruprecht sente le braccia possenti di Ellen cingergli le spalle – gommose oserebbe dire, se solo avesse la lucidità per pensarlo – scatta in piedi respingendola. Il corpo di Skippy è dietro di lui, sdraiato per terra come lo ha lasciato; Ellen è anche lei stesa per terra, appoggiata ora sui gomiti, intenta a rialzarsi, proprio di fronte a lui. Le altre persone gli sono intorno, tutte quante non proprio spaventate o impaurite, quanto piuttosto indecise sul da farsi.</p>
<p>Ruprecht sfreccia fuori dal locale, facendosi largo tra la gente a capannello un po’ attorno a Skippy, un po’ intenta ad aiutare Ellen, un po’ a provare a fermarlo. Esce sbattendo la porta a vetri dell’entrata/uscita – ‘fanculo se si rompe, magari si rompesse – e si ferma a metà marciapiede, poco oltre: la strada deserta, neppure il suono di un’ambulanza in lontananza.</p>
<p>L’aria è glaciale, lo sente nel respirare a singhiozzi sempre più profondi. Gli arriva nei meandri più nascosti dei polmoni, gli spalanca i bronchi con violenza, pura. Le lacrime si ghiacciano agli angoli degli occhi, gli angoli interni, lungo tutta la base del naso. Le mani cominciano a pizzicargli in punta di spilli affilati, prima sui polpastrelli, poi sulle falangi e infine non sul palmo ma sul dorso. Sente le ossa irrigidirsi, nel midollo, risalire le braccia e arrivargli alla base del collo. Un vento novembrino gli entra da uno spiraglio del colletto della maglia e gli lecca umido tutta la colonna vertebrale.</p>
<p>Lì fuori si gela, ma più del freddo, in qualche modo, è una strana sensazione di vuoto, dentro, a pesare ed espandersi: a fare male.</p>
<p>Skippy è morto.</p>
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